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Il Kudara Kannon

di Dario Doshin Girolami

Descrizione dell’opera

Si tratta di una statua in legno di canfora, dipinta. L’altezza è 209,2 cm. E’ stata realizzata nel VII secolo – nel periodo Asuka. Si trova nel Tempio di Horyu-ji, a Nara, Giappone.

La statua rappresenta Kannon – il bodhisattva della compassione – in piedi. Il corpo curva delicatamente verso un fianco. La mano sinistra regge un vasetto a collo lungo – che contiene l’amrita o l’elisir dell’immortalità -, mentre la mano destra si tende aperta, con il palmo in alto, verso l’osservatore, a offrire il dono dell’aiuto. La figura è alta, slanciata, esile. Il volto è allungato ed esprime grande serenità, il mento è prominente, gli occhi esprimono un misterioso sguardo contemplativo, il naso è piccolo e gentile, e le labbra sono come due sottili petali di fiore. Dal capo scendono lateralmente due ciocche di capelli, formando curve sinuose, e su di esso svetta una corona di metallo traforato che porta incisa una piccola immagine del Buddha Amitabha - il tradizionale emblema di Kannon. Dietro la testa una grande aureola punta verso l’alto come una fiamma. L’esile collo è poi adornato da una collana di metallo traforato come la corona.

L’appena accennato abito che copre in parte il corpo va dalla spalla destra verso l’anca sinistra, cosa assai strana poiché la regola d’abbigliamento indicherebbe l’opposto. Le pieghe della gonna, piuttosto che essere dritte, si ammorbidiscono seguendo la curva delle gambe. Sugli avambracci pendono bande dell’abito simili a nastri (jutai) che arrivano fino ai piedi, dove curvano verso l’interno, per terminare “a pinna” sul piedistallo a forma di fiore di loto.

L’opera è stata realizzata da un singolo blocco di legno (ichiboku). Come gran parte delle statue lignee giapponesi del VII secolo, è stata scolpita in legno kusunoki (canfora), mentre il piedistallo lotiforme e il vasetto per l’elisir di lunga vita sono stati realizzati in legno di cipresso. Inoltre gli avambracci, il vaso, e la parte frontale dei piedi sono stati scolpiti separatamente e poi aggiunti alla figura principale. Una grande concavità (uchi-guri) si estende dalla schiena al fondo della gonna. La superficie è dipinta, e il colore è stato applicato su una spessa mano di fondo di “lacca secca” (kanshitsu, ovvero strati di canapa cementati con la lacca).

In questa figura esile e slanciata le membra sono volutamente più lunghe del normale per dare grazia e leggerezza all’intera opera. Sebbene sotto l’abito si intuisca il corpo, tuttavia l’artista non si è sentito obbligato a modellarlo nei dettagli. Il drappeggio della gonna che piega verso l’interno piuttosto che verso l’esterno evita un effetto di frontalità, e dà una maggiore impressione di tridimensionalità. Un importante aspetto di un pezzo così antico è che è stata prestata molta attenzione al profilo. L’appena accennata inclinazione laterale suggerisce poi una trattazione del corpo più vicina alla realtà. Il corpo è ben arrotondato e per il panneggio dell’abito è stata usata una tecnica molto avanzata per l’epoca.

Come per tutte le creazioni artistiche di ispirazione buddhista, l’autore del Kudara Kannon è coperto dall’anonimato. Tuttavia qualche indicazione sull’origine di tale statua potrebbe darla il nome stesso. “Kudara”, infatti, era il termine giapponese che designava il regno coreano di Paekche. Alcuni studiosi hanno quindi supposto che la statua fosse stata realizzata in Corea e poi importata in Giappone, o scolpita direttamente nel paese del Sol Levante da uno dei tanti immigranti coreani. Tuttavia a sostegno di un origine giapponese dell’opera, altri studiosi nipponici hanno obiettato che la statua è stata realizzata in legno di canfora (Cinnamomum camphora), pianta che all’epoca (VII sec.) cresceva in Giappone – dove era molto usata - ma non in Corea, e che Kudara era anche il nome di una regione a nord della valle giapponese di Ausuka.

Significato dell’opera

Per comprendere il significato di questa opera occorre seguire lo sviluppo del Buddhismo. Tale tradizione ha infatti dato vita a due correnti principali: il Theravada e il Mahayana. Nella prima l’ideale era quello dell’arhat, cioè di colui il quale attraverso la pratica individuale dell’insegnamento del Buddha diveniva illuminato. Il modo più diretto per arrivare a ciò era quello di farsi monaco e dedicare tutta la vita al Buddha. Il laico, dunque, veniva messo in secondo piano: egli poteva solo acquisire meriti per ottenere una “rinascita favorevole” nella quale farsi monaco. In opposizione a ciò si sviluppò il Mahayana, che sosteneva l’ideale del Bodhisattva, cioè di un essere illuminato che rinunciava alla propria liberazione finale dal ciclo delle rinascite per aiutare tutti gli esseri. Altra idea fondamentale era che tutti – sia monaci sia laici – avevano la “Natura di Buddha”, ovvero tutti potevano divenire illuminati, a prescindere dallo stato sociale. E’ per questo che tale scuola si autodenominò Mahayana, o Grande Veicolo, adatto a trasportare tutti verso l’illuminazione, e denominò impropriamente Hinayana, o Piccolo Veicolo, tutte quelle scuole antiche che proponevano l’ideale dell’arhat e del monaco. Dall’India il Grande Veicolo si diffuse poi in Cina, Corea e Giappone, dove è ancora presente.

Ora Kannon è forse il più popolare dei bodhisattva del Mahayana. Il suo nome in Sanscrito è Avalokiteshvara: egli è il più compassionevole salvatore dell’Universo, colui che si adopera costantemente e instancabilmente con tutti i suoi poteri per il bene di tutti gli esseri senzienti e non senzienti. In quanto incarnazione della compassione, egli si preoccupa non solo dell’illuminazione, ma anche di tutte le piccole pene della vita quotidiana. Avalokiteshvara è quindi un essere “divino” al quale si possono rivolgere le proprie preghiere per avere aiuto e consolazione, visto che al Buddha, in teoria, non ci si potrebbe rivolgere in quanto è entrato definitivamente nel Nirvana, dimensione totalmente altra dalla quale non si può intervenire nel mondo fenomenico.

Avalokiteshvara è poi uno dei bodhisattva che conduce i defunti alla presenza di Amithabha (Amida in Giapponese), il Buddha della Terra Pura dove è possibile rinascere grazie a particolari meriti e dove si gode di un completo benessere fino al raggiungimento della liberazione finale. Ed è per questo che il bodhisattva porta sulla propria acconciatura un’immagine di Amithabha.

In Asia Orientale Avalokiteshvara è rappresentato in forma femminile, e sebbene non sia chiaro il motivo, è probabile che ciò sia legato sia al tema della compassione materna sia all’assimilazione a una divinità femminile locale. In ogni caso, secondo la tradizione, Avalokiteshvara può assumere diverse forme a seconda delle necessità. Per esempio i Tibetani affermano che si manifesti tra di loro sotto le sembianze di Sua Santità il Dalai Lama.

Sebbene in Giappone la forma femminile di Avalokiteshvara sia molto popolare, il Kudara Kannon ha un aspetto molto aggraziato ma comunque maschile, e sotto ogni aspetto la figura riflette una nuova semplicità e austerità nel sentimento religioso buddhista.

Fortuna dell’opera

Il Kudara Kannon è uno dei più grandi capolavori della scultura giapponese realizzato durante il periodo Asuka (552-646). Tale periodo prende il nome dalla regione di Asuka, dove sorsero le prime capitali del paese, e va dall’introduzione del Buddhismo alla riforma Taika. Infatti verso la metà del VI secolo E.C., l’offerta di icone buddhiste e di vari oggetti rituali inviati dal re Syong-Myong della dinastia coreana dei Paekche alla corte imperiale giapponese segnò l’inizio di un conflitto fra i sostenitori della nuova religione e quelli della religione tradizionale giapponese. Alla fine trionfò il Buddhismo che, sotto il patronato del principe Shotoku (574-622, considerato il Costantino buddhista), ebbe un grande sviluppo. Nei secoli successivi l’arte giapponese trovò un impulso estremamente vitale nella nuova tradizione spirituale, e da questa venne rinnovata e ingentilita. Nel periodo Asuka, la costruzione di un gran numero di nuovi templi buddhisti favorì lo sviluppo dell’arte religiosa. Così la tecnica decorativa e la pittura si svilupparono per il bisogno di accrescere la magnificenza dei templi, e la scultura per rispondere alle richieste di immagini per i servizi liturgici.

E’ in questo contesto che il Kudara Kannon venne realizzato. Tuttavia questa straordinaria immagine, unica per la scultura estremo orientale, esercitò poca influenza sui lavori successivi. Da questo momento in poi un andamento diverso del pensiero artistico buddhista portò gli scultori verso una rappresentazione più solida del corpo. Il Kudara Kannon – dichiarato tesoro nazionale - rappresenta pertanto un’opera nobile ma isolata.

Bibliografia

Tra le non molte pubblicazioni in italiano sull’arte giapponese si veda:

AAVV, Il Giappone prima dell’Occidente, Roma, Edizioni De Luca, 1985.

J Buhot, “Arte del Giappone”, in a cura di G. Tucci, Le Civiltà dell’Oriente, IV, Roma, 1962

Enciclopedia Universale dell’Arte, Sansoni, Firenze, 1971

J.E.Jr. Kiddler, Capolavori della scultura giapponese, Milano, 1963

Paul Williams, Il Buddhismo Mahayana, Roma, Ubaldini, 1990 (or.inglese, Mahayana Buddhism, London and New York, Routledge, 1989)

Della più vasta letteratura straniera sull’argomento si veda:

S. Mizuno, Asuka Buddhist Art: Horyu-ji, New York-Tokyo 1974

Peter C. Swann, An Introduction to the Arts of Japan, Oxford, Bruno Cassirer, 1958.

D.N. Bakshi, Iconography of Buddhist Images in Japan, Calcutta 1987.

     

 

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