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I discorsi del Buddha - Sutta Pitaka

di Dario Doshin Girolami


Il Sutta Pitaka rappresenta quella parte del Canone Buddhista dedicata agli insegnamenti del Buddha. Le altre parti (Pitaka, o canestri) sono poi il Vinaya Pitaka, dedicata alle regole monastiche, e l’Abhidhamma Pitaka, dedicata ai commentari, alle questioni tecniche, psicologiche e filosofiche.
Sebbene si parli di “Discorsi del Buddha”, in realtà Buddha Shakyamuni, in maniera quasi socratica, non ha lasciato alcun testo scritto. Sono stati i suoi discepoli che – come gli evangelisti – , al fine di tramandare alle generazioni successive l’insieme degli insegnamenti dell’illuminato, li hanno raccolti e canonizzati. Nel corso del primo Concilio di Raja Griha, Mahakassapa, uno dei discepoli più vicini al Buddha, interrogò il monaco (o bhikkhu) Upali sulle regole dell’ordine (Vinaya), e il bhikkhu Ananda sui discorsi (Sutta) del Maestro. Se il sinodo rimaneva in silenzio quando Upali o Ananda riferivano le espressioni del Maestro, voleva dire che tali espressioni venivano considerate come riportate fedelmente e quindi riconosciute come canoniche.
Il primo Concilio di Raja Griha si tenne verso il 480 B.C E. La lingua in cui venne fissato il Canone fu il Pali, una forma dotta della lingua Magadhi parlata dal Buddha. Circa cento anni dopo si tenne il Concilio di Vaishali, indetto per la condanna di opinioni eretiche proposte da alcuni monaci dissidenti. In fine, al tempo del re Ashoka (246 B.C E. circa) si tenne il Concilio di Pataliputra, dove, sotto la presidenza di Tissa Moggaliputta, fu redatta la forma definitiva, a noi oggi pervenuta, del Canone. Questa codificazione fu trasmessa per qualche tempo solo oralmente; la sua redazione scritta avvenne più tardi, al tempo del re Vattagamani, nel I secolo E. C.

Il canestro dei discorsi (o sutta) è composto da cinque grandi raggruppamenti chiamati Nikaya, o collezioni, suddivisi in vari capitoli nei quali viene esposta la dottrina, o Dharma (Dhamma in Pali) del Buddha. Lo stile dei vari sutta è caratterizzato da un costante ripetersi di formule introduttive e conclusive, di invariati modi di dire che favorivano l’apprendimento mnemonico al quale i monaci erano tenuti. E per lo stesso motivo, anche l’andamento dei racconti – strutturati in maniera simile ai dialoghi platonici - si snodano su uno schema quasi invariabile. Presentato l’ambiente e l’occasione in cui la narrazione ha luogo, parte una conversazione o un discorso del Buddha in cui viene esposta la verità dommatica.
Il primo dei cinque raggruppamenti è il Digha Nikaya o Collezione (dei capitoli) lunghi. Tra i 34 sutta indipendenti che lo compongono, rivestono particolare importanza: il Brahmajala sutta, “Dialogo della rete di Brahma”, nel quale il Buddha fa capire la differenza fra il proprio pragmatico insegnamento e quello delle dottrine speculative che lo avevano preceduto, intrappolate in una rete di sofismi cavillosi e argomentazioni intellettualistiche; il Mahaparinibbana sutta, il “Grande dialogo del completo Nirvana”, che non è propriamente un dialogo ma una relazione dettagliata sugli ultimi viaggi, insegnamenti e attimi di vita del Buddha.
Il secondo raggruppamento è il Majjhima Nikaya, o Collezione (dei capitoli) di media lunghezza. I 152 sutta che lo compongono, oltre che sulla dottrina buddhista, gettano una luce sulla vita dei monaci, sui sacrifici brahmanici e sulle pratiche ascetiche dell’epoca. La terza raccolta è il Samyutta Nikaya, o Collezione (dei capitoli) disposti in gruppi. Tra i suoi 2889 sutta riveste particolare importanza il Dhammacakkappavattana sutta, il “Discorso sulla messa in moto della ruota della legge”, altrimenti noto come “Predica di Benares”. La quarta raccolta è l’Anguttara Nikaya, o Collezione ordinata secondo la numerazione progressiva, che comprende 2308 sutta raccolti in 15 sezioni.
In fine il Kuddhaka Nikaya, o Collezione dei capitoli minori, mostra una struttura completamente diversa da quella degli altri raggruppamenti. Si tratta infatti di una miscellanea di 15 piccole opere indipendenti, tra le quali vi sono alcune delle più importanti e poetiche di tutto il Buddhismo. Il Dhamma Pada, o (raccolta di) Versi sulla Legge, per esempio, costituisce il compendio più antico e genuino della fede buddhista. Nell’Itivuttaka o Così è stato detto, sono poi raccolti in veste poetica il pensiero e i precetti del Buddha. Nel Sutta Nipata o Raccolta di Testi, invece, il Buddha espone i principi fondamentali della sua dottrina, ed è facile incontrare i primi elementi di idee che saranno sviluppate successivamente, nel corso dei secoli. Vi sono poi i Jataka, Le nascite, che costituiscono un insieme di racconti sulle vite precedenti del Buddha.

Riassumere in poche righe il significato dell’opera è quanto mai difficile poiché essa rappresenta l’insieme dell’insegnamento del Buddha storico. Tuttavia un buon aiuto viene dal Buddha stesso, poiché egli ha riassunto l’essenza della sua dottrina nel famoso “Discorso di Benares”, esponendo le Quattro Nobili Verità.
Nella prima Verità si afferma che “tutto è dolore”, o meglio che l’esistenza è segnata da una continua esperienza dolorosa, che la realtà è caratterizzata dall’impermanenza – cioè che tutto, dalle persone, alle cose, ai sentimenti, è destinato a dissolversi - e che non esiste l’io, cioè un principio “eterno” di individualità. Origine della sofferenza – si dice nella seconda Verità - è la sete, l’attaccamento e l’avversione. In altre parole, bramiamo ardentemente ciò che ci piace e avversiamo ed evitiamo ostinatamente ciò che non ci piace. Ma la realtà è impermanente, e dunque le esperienze belle finiscono, le persone amate vanno via, gli oggetti si rompono, lasciandoci “dolorosamente” con ciò che non ci piace. In più, non accettando tale situazione, non facciamo altro che aumentare il dolore esistenziale. Ma c’è una buona notizia – terza Verità -: è possibile estinguere il dolore, la brama egoistica e raggiungere il Nirvana, la liberazione. Nella quarta Verità il Buddha mostra quindi la Via per raggiungere tale liberazione, l’Ottuplice Augusto Sentiero, che può essere riassunto in tre semplici punti: lo studio e la profonda comprensione dell’insegnamento di Shakyamuni, il comportamento etico, e la pratica della meditazione.
Fin qui le Nobili Verità. Tuttavia occorre comprendere che gran parte dell’insegnamento del Buddha è dedicato proprio alla meditazione, lo strumento principale per la realizzazione della liberazione. In Occidente con “meditazione”, o meditatio, di solito s’intende il pensare, il riflettere su un passo delle sacre scritture per giungere a una più profonda comprensione di esse. Ma in ambito buddhista il termine sanscrito che indica le pratiche ascetico-concentrative è bhavana, dalla radice verbale bhu, o “essere”. Bhavana, pertanto, può essere tradotto come “esserci”, esserci di più, ora. Dunque la pratica contemplativa buddhista non deve rimandare a una cogitazione continua, bensì all’essere totalmente calati nel momento presente, all’essere completamente consapevoli di se stessi, del proprio corpo, dei propri pensieri e così “cogliersi in fallo” quando si dà vita a quel meccanismo di attaccamento mentale ed egoico che, in ultima analisi, porta alla sofferenza esistenziale. In tal modo è possibile raggiungere la liberazione e divenire come il Buddha, l’illuminato, colui il quale è completamente sveglio, totalmente consapevole.

L’insegnamento del Buddha si diffuse dapprima lungo la valle del Gange – area nella quale predicò l’illuminato – e poi in tutta l’India. Tuttavia quelli del Buddha erano discorsi estremamente rivoluzionari. La svalutazione sistematica del rito, la negazione di un dio personale e di un sé immutabile, erano cose inaccettabili per i devoti induisti, coinvolti in tantissimi riti, e che dell’esistenza di un sé immutabile, o atman, facevano un caposaldo della tradizione. In più il Buddha, sebbene di nobile stirpe, proponeva l’uguaglianza degli esseri e accettava chiunque nella propria comunità, incontrando non poche critiche da parte degli induisti ortodossi, separati rigidamente dalle caste, e secondo i quali solo i sacerdoti e i guerrieri potevano dedicarsi a una vita religiosa. Il Giainismo – scuola eterodossa sistematizzata quasi nello stesso periodo del Buddhismo – era invece contrario al libero arbitrio sostenuto dal Buddha.
Scomparso dall’India verso la fine del XII secolo, il Buddhismo sopravvisse nella sua forma Theravada, meno gravata da sottigliezze dialettiche e da speculazioni teologiche, nei paesi del sud est asiatico: Sri Lanka, Laos, Birmania, Cambogia. Nelle forme Mahayana e Vajrayana si è invece affermato nell’Asia Centrale e in quella Orientale: in Tibet, in Cina, in Corea e nel Giappone. In tutti i casi gli insegnamenti del Buddha hanno influenzato grandemente le culture incontrate, e ancora oggi tali paesi sono a maggioranza buddhista.
In Occidente è stato solo a partire dal XV secolo che si è cominciato a conoscere il pensiero buddhista. Ma si è dovuto aspettare fino alla metà dell’Ottocento perché cominciasse uno studio approfondito della materia. La critica principale che, all’inizio, l’Occidente ha mosso all’insegnamento del Buddha è stata quella di nichilismo, confondendo erroneamente il principio buddhista della vacuità (che rimanda all’insostanzialità dell’io e all’illusorieretà della realtà fenomenica) con il mero Nulla. Oggi in Occidente, dove sono presenti monasteri di tutte le tradizioni buddhiste, molte persone - 50.000 solo in Italia - hanno abbracciato completamente gli insegnamenti del Buddha.

Bibliografia
Per una trattazione completa della diffusione del Buddhismo in Europa, si veda Stephen Batchelor, Il risveglio dell’Occidente, Roma, Ubaldini, 1995.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti si veda Rick Fields, How the swans came to the lake, Boulder, Shambala, 1981.

La traduzione completa del Sutta Pitaka in lingua inglese è stata realizzata a cura della Pali Texts Society, (Sutta- Pitaka, London 1882).

Tuttavia in italiano si trovano ormai varie traduzioni di parti dell’opera:

Gnoli, F. Sferra, C. Cicuzza (a cura di), I discorsi del Buddha, Mondadori, Milano, 2002

Canone buddhista, vol.I, Discorsi brevi (Khuddaka Nikaya), scelti e tradotti da P. Filippani Ronconi, Torino, Utet, 1968.

Canone Buddhista, vol. II, Discorsi lunghi (Digha Nikaya), a cura di E. Frola, Torino, Utet, 1967.

Canone Buddhistico, L’orma della DisciplinaDhammapada, Torino, Boringhieri, 1979.

Canone Buddhistico, Raccolta di aforismiSutta Nipata, Torino, Boringhieri, 1979.

Canone Buddhistico, Così è stato dettoItivuttaka, Torino, Boringhieri, 1978.

I discorsi di Gotamo Buddho del Majjhimanikayo, trad di K.E. Neumann e G. De Lorenzo, Bari, Laterza, 1916, voll. 3.

Samyutta Nikaya, Discorsi in gruppi, a cura di Vincenzo Talamo, Ubaldini, Roma, 1998.

Vite anteriori del Buddha (Jataka), a cura di M. D’Onza Chiodo, Torino 1992.

Testi di morale buddhistica (Dhammapada, Suttanipata, Itivuttaka), trad. di P.E. Pavolini, Lanciano, 1933.

Sconfinata è la letteratura sul pensiero buddhista in generale. Tra le molte opere in lingua italiana si segnalano:

Oscar Botto, Buddha e il Buddhismo, Milano, Oscar Mondadori, 1974.

Hans W. Schumann, Der historische Buddha, Köln, Diederichs, 1982, trad. it. Il Buddha Storico, Roma, Salerno Editrice, 1986.

Giuseppe Tucci, Asia Religiosa, Roma, Partenia, 1946.

Giuseppe Tucci, Storia della filosofia Indiana, Bari, Laterza, 1957, 1987.

     

 

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