Mente di Buddha


Mente di Buddha
Mente di Buddha
   

mente di principiante
 
il Maestro
 
Discorsi di Dharma
Articoli e interviste
Guarire il cuore

Un corso di meditazione per persone sieropositive

Di Dario Doshin Girolami

Gli studi confermano che lo stress può rapidamente ridurre il livello dei linfociti CD4 T, i globuli bianchi responsabili di orchestrare la risposta immunitaria alle infezioni, e bersaglio preferenziale dell’HIV. Tuttavia una recente ricerca condotta presso il Centro di Psiconeuroimmunologia dell’UCLA dimostra che la pratica della meditazione di consapevolezza può ridurre sensibilmente lo stress e rallentare la progressione dell’HIV. L’esercizio regolare della meditazione si rivela essere dunque un potente trattamento complementare, assieme ai trattamenti medici, dell’HIV.
Negli anni, per le sue potenzialità cliniche preventive e riabilitative, la meditazione di consapevolezza ha trovato spazio in programmi di intervento negli ospedali, nelle carceri e nelle scuole, e in varie organizzazioni al fine di affrontare molte delle problematiche sia fisiche sia psicologiche legate allo stress e alla malattia.
La maggior parte delle persone che hanno completato un corso di meditazione riportano: sensibile e durevole diminuzione dello stress e di altri sintomi fisici e psicologici; l’aumento della capacità di rilassarsi; l’aumento della capacità di interagire in maniera efficace con situazioni stressanti a breve e lungo termine; l’aumento dell’energia e della voglia di vivere; l’aumento dell’autostima; la riduzione del livello di dolore.
Consapevole di tali effetti benefici, qualche anno fa ho proposto all’Associazione DGP di organizzare un corso di meditazione per persone sieropositive, con l’intento di fornire le istruzioni fondamentali per poter portare avanti la pratica di consapevolezza, basandomi sulle tecniche di meditazione buddhista zen e sul programma sviluppato presso il Maitri Hospice di San Francisco, il primo Hospice buddhista al mondo per il sostegno e la cura di persone affette da HIV/AIDS. L’Obiettivo finale era quello di ridurre il livello di stress dei partecipanti e di portarli a una profonda e liberante accettazione della malattia.

Buddha è stato definito il Grande Medico. Egli ha infatti formulato le Quattro Nobili Verità - la Verità della sofferenza, dell’origine della sofferenza, della liberazione dalla sofferenza e della Via che conduce a tale liberazione - seguendo il modello dei medici indiani dell’epoca, i quali individuavano la malattia, l’origine della malattia, la possibilità di guarigione e la terapia.
In particolare la Seconda Nobile Verità insegna che l’origine della sofferenza è l’attaccamento. Più nello specifico il Buddha insegna che la realtà è impermanente. Tutto cambia costantemente: ciò che nasce, muore. Nulla è eterno. Poiché l’essere umano sviluppa attaccamento a cose e persone, e si illude che queste durino per sempre, quando le cose cambiano e le persone muoiono, o le relazioni finiscono, sorge la sofferenza. Allo stesso modo, anche la salute è impermanente, e può trasformarsi in malattia.
Ma il Buddha ha definito vecchiaia, malattia e morte i “messaggeri celesti” poiché tali eventi possono aumentare la nostra consapevolezza dell’impermanenza.
La pratica della meditazione ha molto a che fare con la consapevolezza e in particolare con la consapevolezza dell’impermanenza a partire dell’osservazione dell’impermanenza dal respiro, pratica che è anche fondamentale per calmare la mente e dunque poter osservare le proprie paure da un punto di vista più saldo.
Di fronte a una diagnosi come quella dell’HIV la reazione spesso può essere di paura: paura del dolore dovuto alla malattia e/o a medicazioni dolorose, paura di essere abbandonati o ghettizzati, paura della perdita di se’, cioè di diventare qualcosa di diverso da come ci si conosce, e paura della morte. Attraverso la pratica della meditazione è dunque fondamentale lavorare con tutte queste paurei il quale apprende che qualcuno nella sua famiglia sta per morire e riflette sulla natura transeunte della vita è come un cavallo che corre quando è frustato nella carne. Infine colui il quale apprende che lui stesso sta per morire e riflette sulla natura transeunte della vita è come un cavallo che corre quando è frustato fin nella ossa.
Commentando questa storia, Zenkei Blanche Hartmann - la mia prima maestra e prima badessa del San Francisco Zen Center - ha detto: “L’impermanenza è la frusta”, e ha raccontato di come lei sia dovuta arrivare ad avere un infarto - cioè di come abbia dovuto incontrare l’impermanenza molto da vicino - per capire che la vita è un dono. La frustata è dovuta arrivare fino alle ossa: è stata ricoverata in ospedale in fin di vita. Si è salvata per miracolo, ma il miracolo ancora più grande è stato che ha capito che ogni istante è un dono che non va sprecato.
Quale tipo di cavallo siamo noi? Di che tipo di stimolo abbiamo bisogno per cominciare a praticare il Dharma – l’insegnamento del Buddha - o per portare avanti una pratica spirituale, o per affrontare la nostra vita? Ci basta vedere l’ombra dello stimolo o abbiamo bisogno di sentire una sferzata? O il pungolo deve arrivare fin nelle ossa?
Che tipo di cavallo vogliamo essere? Di che tipo di stimolo abbiamo bisogno? Vogliamo essere davvero quel cavallo che deve sentire il dolore dentro le ossa? Perché abbiamo bisogno che lo stimolo sia forte e profondo per svegliarci? Che cos’è questa frusta di cui parla il Buddha?

Anche se oggi più di due-terzi delle persone che ricevono una diagnosi di sieropositività, grazie alle attuali terapie, convivono a lungo con la malattia, tuttavia la parola “AIDS” viene associata automaticamente dal paziente con la morte prematura. Una frustata che può condurre a depressione, ansia e stress, peggiorando lo stato di salute.
Ma il dolore e la paura generati da una diagnosi importante, se incontrati e studiati in maniera efficace, possono generare forti insight, e portare a una più profonda maturazione emotiva ed esistenziale, e aprire non solo alla verità dell’impermanenza e alla vulnerabilità dell’esistenza, ma anche alla compassione e alla consapevolezza dell’interdipendenza di tutte le esistenze.
All’inizio degli incontri di meditazione con le persone sieropositive, quello che mi veniva detto dai partecipanti, in maniera implicita ed esplicita era: “non voglio morire”! E un nodo sembrava attanagliare il loro cuore tutto il tempo. Sembravano profferire un monotono e persistente “no, no, no, no”.
Ma una volta introdotti alla pratica della meditazione, agli insegnamenti sull’impermanenza, alla storia dei cavalli, i partecipanti al corso hanno cominciato a sedere in meditazione con grande serietà, con grande impegno e “urgenza”. E piano piano il “no, no” iniziale si è trasformato in un “sì, sì”. I praticanti hanno imparato ad abbracciare la paura e a riconoscersi nel Virus, non più visto come un nemico esterno, ma come loro stessi. Apprendendo - grazie alla meditazione - a essere Uno con la realtà del momento presente, incontro dopo incontro, i partecipanti hanno appreso ad essere Uno con la malattia e con tutte le esperienze, con tutte le emozioni.
Il Buddha insegna che siamo interrelati e interconnessi con tutti e con tutto. E’ stato un onore e un privilegio per me testimoniare come i partecipanti al corso, dapprima riconoscendo che la loro sofferenza era uguale a quella degli altri partecipanti, si sono aperti alla compassione e all’interdipendenza.
Ma c’è di più. Grazie alla pratica, i partecipanti non solo hanno riconosciuto la condizione di sieropositività come una “Campana di consapevolezza” che li ha richiamati al momento presente, ma hanno anche fatto esperienza di loro stessi in maniera più profonda e autentica. E’ come se fossero passati da una vita di negazione e finzione a una vita più reale e autentica, molto più vicina al vero Se’.

Quando racconto dei corsi di meditazione che conduco in carcere, chi ascolta mi inonda di domande (vedi articolo “Appunti di Viaggio”, Novembre-Dicembre 2013), vista l’attualità del tema delle carceri. Quando racconto del corso di meditazione per i genitori che hanno perso i figli (vedi articolo “Appunti di Viaggio”, Gennaio-Febbraio 2015), noto commozione in chi mi ascolta, ma non ricevo nessuna domanda, forse perché il pensiero di perdere un figlio è intollerabile. Ma quando parlo del corso di meditazione per persone sieropositive non noto alcuna reazione, e il tema viene liquidato immediatamente. Perché?
Forse perché l’AIDS costituisce uno “scotoma sociale”, ovvero un buco nero nella vista collettiva. Qualcosa che non si vuole vedere perché troppo scomodo o troppo collegato all’idea di peccato. Ma il problema dell’AIDS riguarda tutti ed è ben lungi dall’essere risolto. Anzi, poiché i media non ne parlano più, i giovani credono che il virus sia sconfitto e non prendono le necessarie precauzioni. Con dolore ho notato che l’età dei partecipanti al corso era bassa. Ragazzi di 18, 20 anni, inconsapevoli – fino a poco prima – della presenza del virus.
Lo scopo del corso è stato anche quello di portare l’attenzione sociale sul problema dell’HIV/AIDS al fine di invitare la collettività a non rimuovere il problema e a non lasciare da sole le persone sieropositive, le loro famiglie, e le strutture ospedaliere che fronteggiano il problema.
     

 

Sito a cura di CIPdesign - Testi di Dario Girolami
e-mail info@romazen.it


Mente di Buddha  
Centro Zen l'Arco - Roma