Mente di Buddha


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LO ZEN SOTO E I KOAN
di Dario Doshin Girolami


Un giorno il Buddha salì sul Picco dell’Avvoltoio e fece girare un fiore tra le dita davanti ai suoi discepoli. Rimasero tutti in silenzio. Soltanto Maha Kasyapa scoppiò a ridere.


Cosa è un koan? E’ interessante notare come i koan siano uno degli aspetti della pratica Zen più noti, e, al contempo, uno dei più incompresi e fraintesi.

Nella tradizione Zen i koan sono delle storie che riportano dialoghi tra maestri e discepoli, dove gli allievi raggiungono una qualche comprensione del Dharma, la legge del Buddha, che esprime il senso ultimo dell’Universo, la verità ultima.

A cominciare dal periodo della dinastia cinese dei Sung (XI – XIII secolo) i koan hanno cominciato a essere usati come metodi per educare gli studenti. Per questo motivo sono stati ripresi in diverse raccolte. Tra le più famose ci sono: La Raccolta della roccia blu, La porta senza porta, Il Libro della serenità, Il Flauto di ferro.


Letteralmente il termine giapponese koan (cinese kung an) vuol dire “caso pubblico”, o meglio un documento pubblico che è sulla scrivania di un ufficio governativo. Nell’antica Cina, tale termine veniva originariamente usato per designare le leggi emanate dall’Imperatore. Una volta che la legge era stata emanata, non poteva essere più cambiata e tutti erano tenuti a osservarla.

E’ per questo che nello Zen per koan si intende qualcosa che esprime una legge immutabile, la verità o la realtà. Tanto più che la realtà è qualcosa che è sempre presente e assolutamente disponibile, pubblica.

Tuttavia Dogen, colui il quale ha portato lo Zen Soto dalla Cina al Giappone nel 1200, ha interpretato questo carattere in maniera diversa: “riequilibrare la disuguaglianza”. In altri termini quando c’è una disuguaglianza il dovere di un governante è quello di riequilibrare la situazione, mentre compito dell’individuo è seguire la legge. Quindi secondo Dogen la parola koan evoca l’intersezione tra l’uguaglianza (universalità, unità di tutti gli esseri) con l’ineguaglianza ( la differenza, la particolarità, l’individualità).

Per spiegare questa coesistenza di unità e molteplicità l’esempio che si usa tradizionalmente è quello dalla mano. La mano è una ma al contempo è fatta della molteplicità delle cinque dita.


Un opinione abbastanza diffusa in Occidente è che i koan siano degli indovinelli da risolvere. Niente di più sbagliato. Non si tratta nemmeno di domande da esame scolastico dove occorre trovare la risposta esatta e così essere promossi od ottenere l’encomio dell’insegnante. I koan non chiedono di arrivare a una risposta attraverso la mente razionale logico-discorsiva. Nessun concetto, nessuna idea fornirà la risposta giusta. Per questa ragione i koan sono stati spesso etichettati come anti intellettuali, irrazionali, o come un invito ad abbandonarsi all’impulso. Di qui l’idea che per rispondere si debba agire in maniera strana o sciocca. Niente di più lontano dalla realtà.

Sebbene i koan vadano al di là della mente razionale, non richiedono di abbandonare o peggio distruggere l’intelletto. Essi semplicemente indicano che la Realtà non può essere completamente espressa da una frase o compresa in un concetto. La nostra mente tende a incasellare la fluida realtà in rigidi concetti, filtra il reale attraverso una griglia interpretativa. I koan sono un mezzo abile per farci vedere la Realtà così come è, al di la della griglia interpretativa che costantemente vi sovrapponiamo.

Occorre però comprendere che nella tradizione Zen per realtà si intende la Realtà Ultima, l’Assoluto, che si manifesta costantemente davanti ai nostri occhi. Ora, “Assoluto” letteralmente vuol dire “sciolto da”. Allora come si fa a legare dentro un concetto qualcosa che è sciolto da tutto e al di la di ogni concetto?

I koan dunque evocano l’esperienza illuminante dove si coglie la Realtà Ultima. Non sono indovinelli ma chiare espressioni della Natura Ultima.

La raccolta che in italiano è chiamata La Porta senza porta, nell’originale cinese è chiamata Wu-men kuan e in giapponese Mumonkan, che può essere anche essere tradotta come “la barriera senza porta”. In altri termini un koan può apparirci come una barriera che ci impedisce l’avanzare. In realtà ci sta indicando proprio la porta d’ingresso al Dharma che è già aperta davanti a noi.


I koan dunque ci rivelano cosa è la Verità, cosa è una vita illuminata. Sono delle metafore che parlano di particolari aspetti della natura essenziale. Ogni koan è una finestra che si apre sull’intera Verità ma da un unico punto di vista. Quindi servono tanti koan per dare più punti di vista su qualcosa di sconfinato.


Una delle funzioni più profonde di tali storie è di presentare la configurazione della psiche umana. Dunque si comprende la storia tanto quanto si comprende se stessi. Il koan si chiarisce al chiarirsi della conoscenza di se stessi. Normalmente la mente è come uno stagno d’acqua fangosa e agitata, dove è difficile se non impossibile vederci attraverso. Grazie alla pratica della meditazione le onde della mente si calmano e il turbinio di idee e preconcetti si sedimentano come il fango nell’acqua calma. In questo modo la mente, così come un calmo specchio d’acqua, torna limpida e trasparente ed è possibile vederne il fondo.

I koan sono dunque un prezioso strumento meditativo che da un lato aiuta a calmare la mente, dall’altro ci dà delle linee guida per comprendere la vera natura del reale.


Due sono le tradizioni viventi dello Zen: il Soto e il Rinzai.

Un’ altra credenza abbastanza diffusa è che la pratica dei koan appartenga solo alla tradizione Rinzai, e non a quella Soto. In realtà i koan vengono usati da entrambe le tradizioni. Quella che è diversa è la modalità d’uso. In generale nel Rinzai i maestri tendono a presentare i koan agli allievi seguendo una progressione precisa, mentre nel Soto il maestro sceglie il koan adatto all’allievo e alla sua situazione particolare.

Dogen –fondatore del Soto Zen Giapponese - amava i koan. Tanto che nella sua opera principale, lo Shobogenzo, continuamente vengono presentati e commentati. Ciò che egli avversava era l’uso stereotipato e intellettuale dei koan, al quale opponeva la pratica del Genjo koan, la pratica del “koan vivente”. Secondo Dogen ogni cosa, i pensieri, le emozioni, le esperienze, sono un elemento costituente della Realtà. Nulla è superfluo, nulla è escluso. Che noi lo si riconosca o meno, abbiamo sempre a che fare con la Totalità, che è al di là del nostro concetto di totalità e di parte, di uguaglianza e disuguaglianza. Come abbiamo visto, per Dogen un vero koan è una autentica espressione dell’armonia e fusione tra differenza e unità, dell’interdipendenza e interconnessione del Tutto e delle sue parti.

I koan dunque manifestano l’armonia tra l’universale e lo specifico. I due sono identici, e tale identità è esperita come armonia, e lo studio dei koan conduce alla sua realizzazione. Conduce a divenire la Luce oltre la luce.


Nella pratica lo studente deve diventare il koan stesso, e il koan rivela la vita stessa, proprio qui e ora.

Non occorre pertanto trovare una soluzione a un indovinello, ma praticare con il koan, indagare interiormente il campo di pratica individuato dal koan, e così crescere spiritualmente, e maturare una più profonda comprensione della Realtà Ultima, che nella tradizione Zen è equivalente alla Natura di Buddha. La risposta sarà dunque una vitale manifestazione della propria maturazione spirituale che verrà colta dal maestro col quale condividiamo la vita.


     

 

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