Mente di Buddha


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ZAZEN, LA VIA DELLA "PRESENZA DI SPIRITO"
di Dario Doshin Girolami

La domanda che più frequentemente mi viene posta da chi, per la prima volta, si avvicina allo Zen nel centro dove insegno è: "su cosa si medita durante la pratica seduta?". La risposta che il più delle volte viene data è: "su niente". Sebbene possa apparire paradossale, la realtà è proprio questa. Infatti, secondo la tradizione Soto Zen, tradizione alla quale appartengo, la meditazione non consiste in altro che nello shikantaza, ovvero nel "semplicemente sedersi" e nel non pensare a nulla. Tuttavia queste indicazioni che possono apparire scarne e facili a seguirsi, nascondono di fatto un immenso tesoro.

L'equivoco sul "su che cosa si medita" deriva tutto da un problema di traduzione. In Occidente, infatti, con meditazione, o meditatio, di solito si intende lo scegliere un passo dei Vangeli sul quale riflettere, pensare, mentre la pratica contemplativa buddhista non consiste in una cogitazione continua, bensì nell'essere totalmente se stessi e totalmente calati nella irripetibile bellezza del momento presente. Buddha, infatti, non è altri che colui il quale è completamente sveglio, totalmente consapevole, assolutamente calato nel momento presente.

Ora, il termine zen, che sta a indicare una delle forme che il buddhismo ha preso in Giappone, rimanda proprio a questo concetto orientale di meditazione. Non è un caso, dunque, che in tale scuola buddhista si ponga un forte accento sulla pratica meditativa.

Ma come può il rimanere "semplicemente seduti" avere a che fare con l'"esserci", con l'essere profondamente se stessi? Come si è detto più sopra, il termine giapponese che nella tradizione Soto Zen indica ciò che occorre fare durante la pratica meditativa formale è shikantaza. Nello specifico, poi, il termine shikan, che normalmente viene tradotto con "semplicemente", "soltanto", evoca in verità qualcosa di molto più profondo e vasto. Shikan, infatti, vuol dire, nello stesso tempo: completamente, totalmente, assolutamente, immediatamente. In altre parole, tale termine indica che non basta sedersi, ma che occorre farlo in maniera profondamente consapevole, sviluppando un'attenzione panoramica verso se stessi e verso l'universo tutto. E' per questo che il maestro contemporaneo Kodo Sawaki Roshi ha affermato: "Lo Zen è la via che ci collega all'universo".

Non è un caso che per tradurre la parola shikan si sia usato, tra gli altri, anche il termine "immediatamente". Questo, infatti, oltre che richiamare l'idea del momento presente, indica anche la "non - mediazione", e la non-mediazione è proprio una delle caratteristiche fondamentali della meditazione seduta, o zazen. In altre parole lo zazen è la via che conduce al di là di tutte le mediazioni e di tutti gli opposti: luce e ombra, bene e male, sacro e profano, spirito e materia. Grazie alla pratica meditativa costante, è difatti possibile indurre una sorta di esplosione interiore in base alla quale si trascendono i confini dell'ego per accedere a una dimensione non duale, dove tutti gli opposti coincidono paradossalmente.

Ma proprio perché tale dimensione è non duale, essa non si colloca al di là o al di sopra del mondo, ma nel mondo stesso. Pertanto ogni gesto, ogni azione quotidiana, anche la più insignificante, diviene occasione di pratica, e, più profondamente, occasione di grazia, quella "grazia quotidiana", appunto, che si svela ogni "ordinario" momento. Il praticante zen è dunque colui che fa della vita, di questa stessa vita, sia essa laica e mondana, una continua celebrazione. Non è un caso, quindi, che il Maestro Dogen, il fondatore del lignaggio giapponese della tradizione Soto Zen, sia stato definito come un "mistico realista", ovvero come una persona che è stata capace di vivere in modo sacro e totalizzante la mondanità, al di là di tutti gli opposti.

E' proprio alla luce di tutto ciò che, quando mi si chiede cosa è lo Zen, mi viene di rispondere: "presenza di spirito", con la precisa intenzione di evocare tutti i possibili significati di questa espressione. Lo Zen infatti consiste in un continuo addestramento alla prontezza, alla consapevolezza, alla presenza mentale; ma allo stesso tempo si esprime, nelle parole e negli insegnamenti dei grandi maestri, con frequenti battute di spirito, e infine si manifesta in una continua e sacrale presenza del più alto e luminoso Spirito all'interno della realtà quotidiana.

Ma come accedere a questa dimensione non duale? L'indicazione fondamentale dei Buddha e dei Patriarchi è quella di silenziare la mente logico discorsiva, mente che, a causa di una serie di condizionamenti, incasella costantemente la fluida realtà in una rigida struttura interpretativa. Famosa è la storia del monaco zen cinese che un giorno chiese al suo maestro Yüeh-Shan: "Cosa devo pensare durante lo zazen?", e il maestro rispose : "Pensa il non pensiero (fu - shiryo)", e allora il monaco chiese ancora: "Come posso pensare il non pensiero?", "Non pensando (hi - shiryo)!" fu la risposta.

Fortunatamente la tradizione ci viene in aiuto suggerendoci dei "trucchi", o "mezzi abili", capaci di indurre questo assai discusso silenzio o "vuoto" mentale. In altri termini non occorre far altro che sedersi immobili e focalizzare l'attenzione sul libero fluire del respiro. Ciò perché, secondo la tradizione, la libera osservazione del ciclo respiratorio da un lato placa la mente, ovvero abbassa il volume di quella continua "filodiffusione" mentale che ci distoglie dalla realtà così com'è, dall'altro àncora al momento presente, proprio perché il respiro è costantemente nuovo come ogni irripetibile attimo della nostra vita. Attraverso l'attenzione al respiro diviene dunque possibile sviluppare quella cristallina coscienza capace di osservare silenziosamente, ovvero senza riflessione discorsiva, la realtà nella sua più piena bellezza. Pertanto, per sviluppare la luminosa "presenza di spirito", non bisogna ri-flettere ma brillare di luce propria.

Ora, al di là del gioco di parole, con "brillare di luce propria" personalmente intendo l'andare al di là del pensiero logico razionale e discorsivo al fine di far splendere quel pensiero originale, libero e spontaneo, che, per esempio, caratterizza la mente dei fanciulli. Questi, difatti, hanno un'innata e straordinaria capacità di essere totalmente e spontaneamente immersi in quello che fanno, senza frapporre tra loro e la realtà il pensiero giudicante, raziocinante e, in ultima analisi separante. Inoltre, attraverso un'immagine fanciullesca, ovvero quella del gioco, è possibile arrivare a comprendere un altro trucco adatto a ingannare l'intelligenza logica al fine di ritrovare la spontaneità. Nella tradizione Rinzai Zen, infatti, si fa spesso uso di un prezioso strumento di pratica denominato koan, ovvero un indovinello irrisolvibile che, mettendo in scacco matto la mente del meditante, richiama alla pratica stessa. In questa prospettiva è dunque possibile considerare la meditazione come un gioco, un gioco strategico e destrutturante, mirato a riportare la mente al suo stato originario: spontaneo, aperto e luminoso.

Il prerequisito per affrontare tale "rivoluzione interiore" non potrà che essere, naturalmente, l'accettazione di se stessi. Se, difatti, lo Zen è la via che conduce al di là di ogni opposizione, nella misura in cui non si accettano alcuni aspetti della propria personalità, o meglio ci si sente in opposizione a tali aspetti, non si potrà mai intraprendere questa via. Né tanto meno bisogna praticare con l'idea che la meditazione possa cambiare degli aspetti di noi che non ci piacciono: è come pretendere, per esempio, che a forza di fare zazen il naso aquilino che ci caratterizza e che non ci piace, si trasformi in un nasino alla francese. Tutt'al più la forza dello zazen risiederà nel farci accettare così come siamo. Naturalmente ciò non vuol dire che lo Zen non abbia una forza trasformativa, ma occorre comprendere che non è possibile trasformarsi prima di essersi profondamente accettati.

Come è ovvio, per accettarsi occorrerà conoscersi, e dunque osservarsi profondamente, studiarsi. Tuttavia, nelle parole di Dogen, studiarsi vuol dire scoprirsi interconnessi con tutto e con tutti. Secondo lo Zen, infatti, tutto l'universo è interconnesso, cioè a dire nulla ha un'esistenza separata. In questa prospettiva è facile comprendere come colui il quale vive in uno stato di presenza mentale, di profonda consapevolezza, possa rimane intimamente colpito dal "miracolo" rappresentato da ogni singolo momento, da ogni singolo attimo della vita, poiché in grado di riconoscere l'intero universo maniferstarsi in un unico evento.

Inoltre l'avere consapevolezza dell'interconnessione del tutto col tutto, non potrà che portare a una profonda e compassionevole responsabilità civile e sociale. Lo Zen, difatti, con il suo pragmatismo filosofico, non si esaurisce affatto nell'estasi contemplativa del momento presente, ma ha la sua naturale espressione nella vita quotidiana, fatta di relazioni e impegni. Dunque portare l'attenzione su di sé vuol dire anche assumere su di sé la responsabilità del sociale: se siamo tutti intimamente interconnessi, e se l'azione di uno influenza l'azione di tutti, allora è pur vero che non bisognerà dare la "colpa" alla società di quel che ci succede, ma a noi stessi. Infatti, sebbene la società sia carica di "colpe" ciò non deve deresponsabilizzare il singolo, poiché egli può sempre e comunque attuare un cambiamento individuale, e dunque, in ultima analisi, collettivo.

Nel suo libro Essere Pace, il maestro Zen e attivista sociale Thich Nath Hanh narra di una bambina di appena dodici anni che, in fuga dal Vietnam verso la Thailandia, venne violentata su una barca da un pirata thailandese. La bambina, per la disperazione, si annegò gettandosi in acqua. (Thich Nath Hanh, Essere pace, Ubaldini, Roma, 1989, pp.84 e ss.) Naturalmente la prima reazione che si prova di fronte a un racconto del genere è una profonda rabbia nei confronti del pirata. Ma a questo punto Thich Nath Hanh invita a guardare la questione più in profondità: la meditazione deve difatti far comprendere che, se noi fossimo nati nel villaggio del pirata, e avessimo subìto i medesimi condizionamenti, adesso anche noi saremmo pirati, e non saremmo così sicuri di doverci condannare. Ogni giorno nascono centinaia di bambini lungo le coste del Golfo del Siam, e noi, in qualità di educatori, assistenti sociali ecc. non facciamo nulla. Molti di questi fanciulli, tra trenta anni, è probabile che faranno i pirati, e noi ne saremo responsabili.

E' per questo che Thich Nath Hanh, nella sua poesia intitolata Per favore chiamatemi con i miei veri nomi (ibid.), sull'onda dell'emozione generata da tali riflessioni, ha scritto i seguenti vibranti versi con i quali vorrei concludere queste riflessioni:

(...) Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa,
le mie gambe esili come canne di bambù,
e io sono il mercante di armi che vende armi mortali all'Uganda.
Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.
E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere
e di amare.

(...) Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io
possa udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme,
cosicché io possa vedere che la mia gioia e il mio dolore
sono una cosa sola.
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io
mi possa svegliare.
E cosicché la porta del mio cuore sia lasciata aperta,
la porta della compassione.

 

     

 

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