Mente di Buddha


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Donne Zen, donne di Luce di Dario Doshin Girolami

Per quanto siano famose le storie Zen, non si parla mai o quasi della "lampada nascosta", ovvero delle storie che hanno per protagoniste donne illuminate. Oltre a un lignaggio ininterrotto di Maestri Zen, esiste infatti, anche se poco noto, un lignaggio di Maestre che va da Mahaprajapati, zia e madre adottiva del Buddha, fino alle maestre dei giorni nostri. Si chiama la "lampada nascosta" perché - anche se la lampada della saggezza delle donne buddhiste ha brillato attraverso i secoli - la sua luce è stata nascosta alla vista da culture androcentriche. Le Maestre illuminate ci sono sempre state ma non sono apparse nei libri di storia a causa della supremazia maschile. Conosciamo le storie dei maestri zen che hanno vissuto nei monasteri. Le maestre hanno vissuto non soltanto nei monasteri e negli eremitaggi ma anche a casa, come mogli, madri, casalinghe, nonne. In ogni famiglia abbiamo sia i nonni sia le nonne. Se avessimo sentito solo le storie dei nonni la nostra storia familiare sarebbe incompleta. Lo stesso è nel Buddhismo. Ci sono tante nonne della famiglia buddhista le cui storie non sono note. E' ora che tali storie vengano conosciute, raccontate, studiate.

Al tempo del Buddha, Mahapajapati, zia e madre adottiva del principe Siddhartha, espresse il desiderio di divenire monaca. Quando il Buddha rifiutò la sua richiesta ella si rivolse al monaco Ananda, cugino e assistente del Buddha. Ananda per tre volte pregò il Buddha di ordinare Mahapajapati e altre cento donne, ma per tre volte il Maestro rifiutò. Allora Ananda domando al Buddha: "Le donne possono illuminarsi?" "Certo", rispose il Buddha. Allora Ananda incalzò: "Poiché le donne sono in grado di raggiungere la Perfezione, e poiché Mahapajapati è stata cosi generosa con te da allevarti come una madre, non pensi sarebbe cosa buona se le donne potessero ordinarsi?". Il Buddha, colpito dalle parole di Ananda, acconsenti all'ordinazione: la comunità monastica femminile era nata. Successivamente la comunità femminile venne sottomessa a quella maschile così che, per esempio, una monaca con venti anni di anzianità, doveva - e in alcune tradizioni buddhiste ancora oggi deve - comunque obbedienza a un uomo ordinato da un giorno. Molti storici sono ormai concordi nel ritenere che tale sottomissione - sostanziata in otto regole speciali - non venga direttamente dal Buddha ma da interpolazioni culturali successive. Tuttavia le donne hanno dovuto lottare duramente per praticare il Buddhismo. Per secoli la loro è stata una vita difficile: ai tempi del Buddha in India, nell'antica Cina, in Giappone e in altre culture asiatiche. Le donne potevano ricevere l'ordinazione monastica soltanto con il permesso di un uomo di famiglia - il padre o il marito, per esempio. Ma spesso gli veniva negato e rimanevo in casa. Alcune si sono addirittura sfigurate per non essere più attraenti e così entrare in monastero. In molti monasteri le donne non erano le benvenute perché si temeva che la loro bellezza potesse distrarre i monaci. In alcune scuole buddhiste addirittura si è ritenuto che non fosse possibile raggiungere l'illuminazione in un corpo femminile. E purtroppo ancora oggi nella scuola del Buddhismo Antico le donne non possono ricevere la piena ordinazione.

La tradizione Buddhista sottolinea la non dualità. Secondo tale prospettiva non esiste "uomo" o "donna" in senso assoluto. Ma questo insegnamento è stato usato da una società patriarcale per tenere in ombra il lignaggio femminile, in altre parole hanno insegnato soprattutto gli uomini "perché tanto non c'era differenza". Ma, al di la dell'evidente ingiustizia, ciò non è corretto anche dal punto di vista della tradizione. Secondo il Buddhismo Zen, infatti, la realtà è contemporaneamente manifestazione di assoluto e relativo, di molteplicità e individualità. E la realizzazione sta nell'onorare entrambi gli aspetti, sia quello assoluto (ad es. siamo tutti uguali) sia quello relativo (ad. es. ognuno è unico e irripetibile). Dogen , fondatore del Soto Zen giapponese, ha detto che lo Zen è lo Zen quando tu sei tu. In altre parole lo Zen è realizzato quando portiamo a piena maturazione la nostra unicità che, paradossalmente, è manifestazione della nostra natura universale. Lo Zen è noto per il suo atteggiamento iconoclasta. E forse è proprio grazie a tale atteggiamento che in ambito Zen le "otto regole speciali" non sono state sempre rispettate e dunque è stato possibile per le donne assumere ruoli di guida spirituale, divenendo Maestre e badesse. Dogen stesso ha avuto allieve, ha elogiato il potere spirituale e le virtù delle maestre zen nel suo Raihai tokuzui e ha sgridato i monaci che le denigravano. Egli ha poi esaltato le qualità spirituali di Zongchi, allieva diretta ed erede nel Dharma di Bodhidharma, il maestro che portò lo Zen dall'India alla Cina nel V secolo. Bodhidharma ebbe cinque discepoli molto vicini. Quando venne per lui il momento di tornare in India li riunì e chiese che essi esprimessero la loro comprensione dello Zen. Daofu disse: "Il sentiero trascende il linguaggio e le parole eppure non è separato dal linguaggio e dalle parole". Bodhidharma disse: "Hai ottenuto la mia pelle". La monaca Zongchi disse: "E' come la gioia di vedere il paradiso del Buddha Akshobhya una volta e poi mai più". "Hai ottenuto la mia carne" le disse Bodhidharma. Daoyu disse: "I quattro elementi sono originariamente vuoti e i cinque aggregati non esistono". "Hai ottenuto le mie ossa" esclamo Bodhidharma. Infine Huike per tutta risposta si inchinò profondamente al maestro e rimase in silenzio. Bodhidharma allora disse: "Hai ottenuto il mio midollo". Tradizionalmente si ritiene che Huike sia stato l'unico erede spirituale di Bodhidharma, ma Dogen ha profusamente spiegato che tutti e quattro gli allievi sono divenuti eredi di Dharma, e che in particolare Zongchi, ha ottenuto "la carne", una cosa non di poco conto visto che Bodhidharma riteneva che la carne, ovvero il corpo, fosse la manifestazione della Natura di Buddha.

Nello Zen si usano due modi di insegnare opposti ma complementari: "la via che bisogna afferrare" o intuitiva, e "la via che garantisce". La via nella quale bisogna afferrare le cose è la via che trattiene. Non ti viene dato nella perché in ultima analisi non c'è nulla da dare. Tutto quello che c'è va conquistato con difficolta, attraverso una lotta interiore e spirituale. E' la via dell' eroe solitario. La via che garantisce è la via della gentilezza, della chiarezza e degli insegnamenti che aiutano, in cui anche la confusione e la sofferenza sono insegnamenti utili e costituiscono parte della Via. Ma i testi zen diffusi in occidente mostrano soltanto la Via intuitiva, e la Via che garantisce sembra essere assente. Ma ciò non di meno si tratta di una via viva e antica, spesso e volentieri rappresentata da donne, maestre illuminate che con le loro voci, le loro emozioni , le loro vite, il loro spirito hanno incarnato questa via dolce, dalla mano aperta, che non trattiene. E gli insegnamenti delle donne non sono solo per le donne, sono per tutti: per tutti coloro i quali stanno cercando di completare una sorta di cerchio nelle proprie vite e nel proprio cuore. Suzuki Roshi - fondatore del San Francisco Zen Center - ha parlato spesso del concetto di Nyu shin, ovvero della mente tenera, concetto che egli traduceva come "la mente della nonna": una mente dolce, morbida e accogliente come solo una nonna sa essere. Una delle più grandi innovazioni, nonché uno dei principali contributi al Buddhismo Occidentale, del San Francisco Zen Center è stata l'affermazione della totale uguaglianza tra uomini e donne. Nel 1988 Zenkei Blanche Hartman è stata infatti nominata badessa del San Francisco Zen Center. Era la prima volta nella storia dello Zen che una donna diveniva badessa di un monastero sia maschile sia femminile. E nel 2000 Eijun Linda Cutts è stata nominata co-badessa assieme a Blanche. Lo scorso giugno Blanche Hartman ha lasciato il corpo, ma Linda Cutts continua a essere la badessa centrale del San Francisco Zen Center. Anche la mia posizione è particolare e, in qualche modo, rivoluzionaria: sono stato infatti ordinato monaco da Zenkei Blanche Hartman e ho ricevuto la Trasmissione del Dharma, ovvero l'autorizzazione all'insegnamento, da Eijun Linda Cutts. Una novità per lo Zen. Infatti tradizionalmente nello Zen gli uomini ordinano gli uomini, le donne ordinano le donne, gli uomini ordinano anche le donne, ma certamente le donne non ordinano gli uomini. Nella scuola Zen inoltre ogni mattino si recitano i nomi dei Patriarchi: dal Buddha, passando per Bodhidharma e Dogen, fino ai maestri contemporanei, come Suzuki. Ma al San Francisco Zen Center - e di conseguenza nel nostro Centro Zen L'Arco di Roma - si recitano anche i nomi delle maestre Antenate, da Mahapajapati a Zongchi, fino alle Maestre contemporanee. Un'altra innovazione che, piano piano, è stata adottata da tanti altri centri Zen occidentali

Ci sono poi le storie delle donne illuminate che sono rimaste in uno stato laicale. Si tratta di storie molto importanti per noi oggi perché mostrano - soprattutto a chi non vive in monastero - come praticare a casa: come il cucinare, l'allevare i figli, il sostenere il marito, siano tutte occasioni di pratica e di illuminazione. Sono profondamente ispirato dal loro esempio, così come sono inspirato da Mahapajapati, da come ha perseverato, senza cedere, lungo la Via spirituale, da come ha combattuto per eliminare le diseguaglianze. Lo stesso coraggio e la stessa perseveranza contro l'oppressione e la diseguaglianza manifestata dal Mahatma Gandhi, da Martin Luther King, da Nelson Mandela, da Aung San Suu Kyi. La stessa forza che dovremmo tutti trovare nel lavorare per la Pace.

     

 

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