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Il Satori, l'illuminazione nello Zen Soto

di Dario Doshin Girolami

Quando, pochi mesi prima della sua morte, chiesero a Shunryu Suzuki Roshi perché il termine “satori” non figurasse nel suo libro Mente Zen, mente di principiante, la moglie intervenne e sussurrò maliziosamente: “perché non l’ha mai avuto”; il Roshi le diede un colpetto con il ventaglio, fingendosi costernato, e col dito sulle labbra nell’atto di zittirla, sibilò : “Shhh! Non dirglielo”. Quando ebbe finito di ridere disse semplicemente: “Non è che il satori non sia importante, ma non è questo l’aspetto dello Zen da mettere in evidenza”.

Satori è il termine buddhista giapponese per illuminazione. Esso deriva dal verbo satoru e vuol dire letteralmente “rendersi conto”, o anche risvegliarsi, comprendere. L’ideogramma cino-giapponese esprime, inoltre, qualcosa di molto interessante: l’andare oltre i confini dell’ego. In altri termini, per la tradizione Zen, l’illuminazione  sta nell’uscire da se stessi e riconoscersi non separati dal resto dell’Universo.

Occorre comprendere però che nella tradizione Zen Soto, come dice Suzuki Roshi, l’illuminazione non è un aspetto da mettere al centro della pratica, né deve essere l’obiettivo della pratica stessa. Dogen, il fondatore del Soto Zen Giapponese, insegna che se si pratica con una mente dell’ottenimento, cioè per ottenere qualcosa, per raggiungere l’illuminazione, ci si allontana dall’illuminazione stessa. La pratica Zen consiste nel dimorare nel momento presente. Ma se si pratica “oggi” così “domani” ci si illumina, non si è nel momento presente, e in più si veicola nella pratica un attaccamento per l’illuminazione stessa.

Ci si potrebbe allora domandare: “Come mai nei testi Zen si parla spesso di satori?” Infondo lo stesso Suzuki Roshi frequentemente ha parlato del suo “primo satori”, quasi in contraddizione con quanto affermato in precedenza. La risposta è abbastanza semplice: si tratta di distinguere tra il satori e il Grande Satori. Infatti il termine satori può essere usato anche per indicare degli insight cioè dei momenti di apertura sulla realtà ultima che poi si riassorbono. Per esempio, può capitare che durante un ritiro intensivo di meditazione il velo si apra e si abbia una intuizione forte sulla natura della Realtà. Però poi, quando si torna a casa, al lavoro, nel traffico, questa intuizione svanisce. Il Grande Satori è invece l’illuminazione del Buddha, assoluta e permanente – in quanto non si riassorbe – ed è senza ritorno, poiché rappresenta l’uscita definitiva dal Samsara, la dimensione fenomenica e dolorosa nella quale tutti viviamo.

Un conto è dunque intuire profondamente la natura impermanente e insostanziale dei fenomeni, o intuire l’interdipendenza e l’interconessione di tutto con tutto, altra cosa è squarciare il velo dell’illusione cosmica, uscire dal ciclo delle rinascite ed entrare nel Nirvana, la dimensione illuminata di pace e beatitudine nella quale dimorano da sempre i Buddha.

Dogen ha realizzato il Grande Satori udendo la frase “abbandonare mente e corpo” o shin jin datsuraku in giapponese, in cui shin-jin vuole dire mente e corpo, e datsuraku  abbandonare, lasciare, far cadere, come una foglia secca, come la vecchia pelle del serpente. Nell’ Uraga Sutta il Buddha, parlando dell’illuminazione, racconta infatti del serpente che abbandona, si libera della vecchia pelle consunta e va a nuova vita. In altre parole, come il serpente, occorre “sbarazzarsi” del vecchio io’, far cadere mente e corpo, e abbattere il muro dell’ego che impedisce di vedere le cose così come realmente sono, anzi le “cose così come veramente è ”, come amava dire Suzuki Roshi. In tal modo diviene possibile vedere le cose direttamente, e quindi in ogni cosa si ha la possibilità di riconoscere la Natura di Buddha.

In accordo con la scuola Buddhista Mahayana, nello Zen si ritiene che ognuno di noi possiede già la Natura di Buddha. Nel Sutra del Loto , si paragona la Natura di Buddha a una gemma preziosa che tutti noi abbiamo: si tratta semplicemente di divenire consapevoli del fatto che la possediamo già. Praticare meditazione è come scavarsi dentro: il tesoro è già lì, dobbiamo solo tiralo fuori.

Michelangelo definiva la propria arte scultorea “l’arte del levare”. Affermava che le sue opere erano già dentro la pietra, si trattava semplicemente di levare le parti superflue del marmo. Allo stesso modo la meditazione seduta, o zazen, è l’arte del levare tutto quello che è in più, come per esempio le proiezioni egoiche e gli attaccamenti, per far venire alla luce la vera natura, ciò che è già lì, come “l’oro della terra”. La Natura di Buddha, la natura illuminata, non è quindi una potenzialità, ma qualcosa che è già, che siamo già. Sta a noi semplicemente manifestarla.

Ma se tutti gli esseri possiedono già la Natura di Buddha, perché fare zazen? Questa è la domanda interiore, il koan (per una spiegazione dei koan si veda: Dario Doshin Girolami, Lo Zen Soto e i Koan – La Via della presenza di spirito, ed. La Parola) col quale Dogen aveva lavorato da giovane, fino all’incontro determinante con il suo maestro Tendo Nyojo. Grazie agli insegnamenti del suo maestro, Dogen ha infatti compreso che non ci si siede in zazen per ottenere qualcosa, ma per manifestare qualcosa, per manifestare la nostra più vera natura: la Natura di Buddha. Qui ed ora.

In altri termini lo zazen non serve per diventare un Buddha ma è  l’attività di un Buddha.

Occorre seguire la Via completamente, con tutto il cuore, con un impegno totale, non per diventare Buddha, ma perché siamo già Buddha. Come diceva Suzuki Roshi: “è la saggezza che cerca la saggezza”. Zazen è la porta principale d’accesso al satori, ma allo stesso tempo è espressione diretta del satori, della non-dualità, della Natura di Buddha, che è la nostra vera natura. Buddha ha realizzato il Nirvana sedendo in zazen a trentasei anni, ma ha continuato a sedere in zazen per tutta la vita, non per raggiungere alcunché ma per esprimere la sua vera natura.

Buddha è l'illuminato, ed è totalmente qui e ora. E’ per questo che nella tradizione Zen si arriva ad affermare che zazen è satori, e cioè che la pratica della meditazione è l'illuminazione: in altre parole se essere illuminati vuol dire essere completamente calati nel momento presente, e se meditare vuol dire esserci totalmente, allora i due termini coincidono.

In zazen dunque si realizza l’unità con la realtà del momento presente. Pertanto in zazen non c’è riflessione, in quanto la riflessione implica la dualità: l’oggetto e il suo riflesso. Ma come si fa a sapere se si sta sperimentando il satori? A tal proposito Dogen afferma che il satori è inconscio, in quanto se c’è il satori e si pensa: “sto sperimentando il satori!”, ci si è già separati dalla realtà del momento presente, e si è già perso il satori che è, invece, istantaneo, senza separazione, senza riflessione. Come dice Dogen: “gli occhi non possono vedere gli occhi”. Si tratta semplicemente di “essere” satori, e basta. Ed è proprio in questa prospettiva che Suzuki Roshi una volta ha detto ai suoi studenti durante un ritiro: “Oggi qualcuno di voi ha raggiunto il satori, solo che non lo sa”.

Due sono le tradizioni viventi dello Zen: Soto e Rinzai. In quest’ultima, oltre al satori, si fa spesso riferimento al kensho. In Giapponese ken vuol dire vedere, mentre sho  vuol dire natura, essenza. Dunque il kensho consiste nel vedere la natura ultima delle cose. Tale termine indica un risveglio iniziale, una prima intuizione della natura di Buddha e non la completa illuminazione. Nel Soto, a differenza del Rinzai, piuttosto che coltivare il kensho, si pratica con il  genjo , cioè con la vita. In altri termini, piuttosto che cercare di comprendere la natura di Buddha ci si sforza di vivere come un Buddha, e di manifestare nel nostro modo di vita, attraverso la compassione, la realizzazione che siamo non separati dagli altri e dall’Universo.

Nel Genjo Koan, un fascicolo dedicato proprio a questo tema, Dogen Zenji afferma: “Studiare la Via del Buddha vuol dire studiare il sé. Studiare il sé vuol dire dimenticare il sé. Dimenticare il sé vuol dire essere illuminati dalla miriade di cose. Quando siete illuminati dalla miriade di cose il vostro corpo e mente, così come il corpo e mente degli altri, cade”.

Il primo passo per lo studio della Via del Buddha è dunque studiare il sé. Sviluppare una profonda intimità con se stessi in meditazione. La seconda frase del Genjo Koan ci spiega però che studiare il sé vuol dire dimenticare il sé. In altre parole, man mano che arriviamo in profondità, man mano che studiamo il sé, e diventiamo sempre più intimi con esso, vediamo che i confini di questo sono sempre più labili, e quindi dimentichiamo il sé e ci riconosciamo Uno con tutti gli altri. Quello che noi consideriamo il sé, non è il nostro vero sé. Il nostro vero sé è la Natura di Buddha, e la natura di Buddha non è separata dall’intero Universo.

Anche se crediamo di essere degli individui, piccoli, impermanenti ed egocentrati, la nostra Vita è sconfinata, incommensurabile. Come dice Dogen: “La profondità della nostra vita è la stessa dell’altezza della Luna”. La nostra pratica deve consistere in un infinita investigazione della vastità dello spazio e della profondità della vita, facendo del nostro meglio per esprimere ciò nella nostra attività quotidiana.

Concludo queste riflessioni sul satori con le parole del grande Maestro Zen contemporaneo Thich Nhat Hanh: “ Smetti di inseguire l’illuminazione. Siediti e goditi l’illuminazione”.

     

 

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