Mente di Buddha


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La statua del Buddha a Sarnath

di Dario Doshin Girolami


L'iconografia buddhista

Le prime scuole artistiche buddhiste, dal III secolo B.C.E al I secolo E.C., ci hanno lasciato una ricca serie di opere dove si evita costantemente di raffigurare il Buddha. Egli infatti veniva sostituito da simboli di accettato valore - il turbante, la ruota della Legge, l'impronta dei piedi - che manifestavano la sua presenza. Le ragioni di ciò sono da ricercarsi, oltre che nelle interpretazioni del Canone che escludevano ogni "visibilità" del Buddha dopo la sua morte, soprattutto nel fatto che il Buddha fu via via identificato con la Legge (Dharma), o principio dell'Universo, da lui stesso predicata. E' stato solo dopo secoli di assoluto aniconismo che è apparsa quasi all'improvviso l'immagine antropomorfica del Buddha, anche su influenza straniera. Infatti, grazie al contatto con i Greci del Gandhara, alcune delle prime raffigurazioni del Buddha hanno preso la forma del dio Apollo. Ma il realizzare l'immagine del Buddha era qualcosa di più che il mero scolpire una figura umana. Si trattava di tradurre concetti spirituali astratti in una forma fisica. L'opera doveva rappresentare il raggiungimento della "liberazione finale", della serenità. In più il corpo doveva riportare tutti i lakshana, o trentadue segni della perfezione superumana, che distinguevano il Buddha, tra i quali la protuberanza sulla testa, o ushnisha, e l'urna, o ciuffo di peli tra le sopracciglia. Il torso, poi, doveva essere quello di un leone e le gambe quelle di una gazzella. Le mani dovevano essere sempre in una posizione simbolica, o mudra, che evocava un evento della vita o un'azione del Buddha. Vi è quindi il gesto della meditazione - o dhyanamudra -, con le mani in grembo; il gesto del toccare terra per chiamarla a testimone - o bhumisparshamudra - che il Buddha fece subito dopo aver raggiunto l'illuminazione; il gesto dell'avviamento della ruota della Legge - o dharmacakramudra -, che evoca la prima predica dell'illuminato; e poi il gesto del dono - o danamudra -; il gesto delle mani giunte - o anjalimudra -; e il gesto della protezione, o abhayamudra. La figura del Buddha doveva in fine rispettare determinate proporzioni atte a rappresentare la sua statura "eroica" basate su un'unità di misura chiamata thalam: la distanza che intercorre tra la cima della fronte e il mento.

Descrizione dell'opera

Altorilievo in arenaria del 475 E.C circa (h. cm160), ritrovato a Sarnath, Uttar Pradesh, India. Esposto all'Archaeological Museum di Sarnath. L'autore è sconosciuto. L'altorilievo rinvenuto a Sarnath rappresenta il Buddha Shakyamuni, seduto a gambe incrociate nella posizione yoga del loto, mentre impartisce la prima predica, avvenuta proprio a Sarnath, nei pressi di Benares. Le sue mani, infatti, sono nella posizione della "messa in moto della ruota della Legge", o dharmacakramudra. E sotto il Buddha, sul plinto, si possono riconoscere le immagini dei primi seguaci ai quali Shakyamuni tenne la predica, nel Parco dei cervi. Tra i due gruppi di monaci inginocchiati, vi è poi la ruota - simbolo dell'Insegnamento - e, per dare un'indicazione sull'ambientazione, due figure di cervi sdraiati. La statua è stata scolpita presumibilmente secondo le proporzioni di cinque thalam per l'altezza totale della figura, e l'immagine è composta "a triangolo", dove il vertice è costituito dalla testa e la base dalle gambe. La testa del Buddha è un chiaro esempio dello stile Gupta. I capelli sono rappresentati da una calotta costellata da riccioli a forma di conchiglia, e sulla sommità del capo svetta l'ushnisha. Separati dalla fronte da una linea precisa, gli occhi socchiusi - come quelli di chi è in meditazione - hanno la forma del loto. Le labbra sorridenti hanno la pienezza del mango, e il volto è un ovale perfetto. I lobi allungati sono un'ulteriore caratteristica del Buddha, come caratteristico è il corpo: una combinazione di grande forza e bellezza delle varie allegorie espresse dai lakshana. Uno degli aspetti più belli di questo altorilievo è poi l'aureola. Un'ampia fascia adornata di foglie, incorniciata da perle e sostenuta su i due lati da volanti figure divine, o apsara. Caratteristico dello stile Gupta di Sarnath è anche l'abito. Questo infatti è così aderente - tipo seta bagnata - da rivelare le forme del corpo come se la statua fosse nuda. Tuttavia tale invisibilità in origine era attenuata dal fatto che l'altorilievo era dipinto - come indicano i resti di pittura - e che l'abito, riconoscibile dagli orli sul collo, sui polsi e sulle caviglie, era di colore diverso rispetto alla pelle. In fine la piastra dietro il corpo del Buddha rappresenta un trono e porta incise le immagini di leogrifi rampanti (shardula) e mostri marini (makara), entrambi simboli di buon auspicio.

Significato dell'opera

Dal punto di vista iconografico il rilievo rappresenta l'ultimo passo di quello sviluppo che ha trasformato gli eventi della vita del Buddha in simboli ieratici. Nelle sue prime raffigurazioni, la predica del Parco dei cervi era infatti rappresentata come un evento reale, dove il Buddha e i suoi discepoli erano alla stessa scala. Nel rilievo di Sarnath, invece, è l'enormemente ingrandita figura del Buddha in dharmacakramudra che rappresenta l'evento, e gli elementi narrativi dell'episodio sono relegati alla base. E' l'aspetto "eterno" della messa in moto della ruota della Legge - incarnato dal Buddha e dal suo gesto - che è importante piuttosto che l'episodio storico, poiché tale gesto rappresenta l'immediata e totale manifestazione dell'Assoluto. Ciò è strettamente legato agli sviluppi filosofici delle scuole buddhiste, e in particolare quella Mahayana, che sottolinea gli aspetti universalistici a differenza delle vecchie scuole del Theravada più legate agli aspetti strettamente storici e canonici.

Fortuna dell'opera

Il Buddha di Sarnath è uno dei più grandi capolavori della scultura del periodo Gupta. Tale periodo è considerato l'epoca "classica" dell'arte indiana per l'equilibrio delle sue creazioni fra il contenuto religioso, l'espressione simbolica codificata e la ricerca estetica vera e propria. Il periodo prende il nome dalla dinastia Gupta - fondata da Chandragupta - che dominò gran parte dell'India del nord e del centro nord dal 319 E.C fino al VI secolo, e che favorì anche il fiorire della cultura. Sotto tale dominazione Sarnath emerse come uno dei centri culturali buddhisti più importanti dell'India. Lo stile scultoreo per il quale tale città è diventata famosa è caratterizzato da figure allungate, aggraziate, curate in dettagli come l'aureola, l'abito e il volto - capace sempre di esprimere grande serenità. Un altro importante aspetto della scuola di scultura di Sarnath è la grande influenza che esercitò sull'arte buddhista fuori dall'India. Le prime immagini del Buddha scolpite in Siam e in Cambogia erano infatti ispirate ai modelli di Sarnath, mentre i Buddha che ornano il grande tempio di Barobudur a Java ne rappresentano un meraviglioso sviluppo.

Bibliografia
L'Enciclopedia Universale dell'Arte, Voll. III e VII, Firenze, Sansoni, 1971.
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B.Majumdar, A Guide to Sarnath, Delhi, 1937
J. Marshall, S. Konov, Excavations at Sarnath, Archaeological Survey of India, Annual Report, 1906-7
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Benjamin Rowland, The Art and Architecture of India, Middlesex (Eng) - New York, Penguin Books Ltd, 1953
D.R. Sahni, Catalogue of the Museum
     

 

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