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Meditare nell’inferno vivente di San Quintino

di Dario Doshin Girolami

Da più di cinque anni conduco un corso di meditazione di consapevolezza nel carcere romano di Rebibbia, con straordinari risultati. I partecipanti alla pratica hanno dimostrato, come provato da test psicologici effettuati dalla cattedra di neuroscienze della Sapienza, diminuzione dell’aggressività, diminuzione della rabbia, diminuzione dello stress, aumento della auto-compassione, aumento della consapevolezza, significativo miglioramento del sonno e - cosa non banale - miglioramento della buona condotta (vedi articolo Appunti di viaggio n.116)

Tali dati confermano quanto già riscontrato negli Stati Uniti, dove da più di quaranta anni la meditazione buddhista viene portata nelle carceri. In particolare il San Francisco Zen Center - monastero dove sono stato ordinato e addestrato e dove continuo a insegnare e praticare periodicamente - da decenni propone un corso di meditazione Zen per i detenuti del carcere di San Quintino.  Ed è proprio questo programma che mi ha ispirato per proporre il corso di meditazione nel carcere di Rebibbia.

Quando i meditatori di San Quintino hanno saputo del programma di meditazione nel carcere di Roma, mi hanno invitato da loro a tenere un insegnamento sull’esperienza italiana. Ma, nella realtà, quello che ha ricevuto l’insegnamento più grande sono stato io.

San Quintino, o San Quentin, è una prigione di Stato in California, e sorge vicino San Francisco. Aperto nel 1852, il carcere è famoso anche per i numerosi film e romanzi ambientati qui, oltre ai concerti che ha ospitato. E’ la prigione con il più grande braccio della morte degli Stati Uniti, il che vuol dire che si tratta del braccio della morte più grande dell’emisfero occidentale. Sono più di trenta i detenuti in attesa dell’esecuzione capitale per iniezione letale. L’istituto ha anche una camera a gas, che tuttavia non viene più usata perché considerata “disumana” - come se l’iniezione letale non lo fosse.

L’impatto con un istituto così duro è stato forte fin da prima dell’ingresso. A differenza del carcere di Rebibbia, a San Quintino ci sono regole severe sull’abbigliamento. Le guardie sono vestite di verde, i detenuti di blu. I visitatori, dunque, non devono indossare nulla di verde o di blu, in modo da non essere confusi con gli uni o gli altri in caso di “pericolo”, lasciando intendere che, dalle torrette di controllo, le guardie devono poter immediatamente “mirare” i detenuti. L’edificio, poi, antico e austero, incute subito timore, con la torre centrale da cui si vede e si controlla tutto.

Superati i diversi cancelli di sicurezza e i molteplici controlli, sono arrivato nella zona adibita alle attività religiose: un inaspettatamente ameno cortile, con tanto di fontanella e aironi al centro, circondato da diverse aule adibite a chiese o templi. Essendo, infatti, gli Stati Uniti un paese multi etnico e multi religioso, l’istituto penitenziario deve offrire per legge assistenza religiosa a tutti, e deve garantire cerimonie di ogni religione: ci sono dunque una cappella cattolica, una protestante, una anglicana, e una per ogni confessione cristiana presente negli Stati Uniti. Ci sono poi una piccola moschea, una sinagoga e un tempietto buddhista. E i detenuti che non sono in regime di massima sicurezza, sono liberi - almeno in questo - di frequentare una o più confessioni religiose.

Con grande calore i detenuti del gruppo di meditazione buddhista hanno accolto me e la mia Maestra, Eijun Roshi Linda Cutts, badessa del San Francisco Zen Center, che mi ha condotto a fare questa esperienza. E i praticanti di San Quintino ci hanno messo immediatamente a nostro agio. E’ stato come entrare nel mio Centro Zen di Roma: i cuscini da meditazione neri, l’altare centrale con il Buddha sorridente, i fiori, l’incenso. Quasi non sembrava di essere nel cuore di un luogo di profonda sofferenza.

Nel suo noto concerto a San Quintino, il cantante folk americano Johnny Cash ha dedicato una canzona alla prigione e ai detenuti nella quale dice “San Quentin, you’ve been living hell to me” - “San Quintino sei stato come un inferno vivente per me”. Ed effettivamente proprio questo è: un inferno dei vivi.

Secondo la tradizione buddhista antica, le caratteristiche della realtà sono: dukkha, anicca, anatta, ovvero sofferenza, impermanenza, insostanzialità dell’io. La pratica della tradizione antica, o Theravada, consiste nel riconoscere ogni  fenomeno come fondamentalmente doloroso, impermanente e insostanziale. Nel Buddhismo Mahayana, nella Scuola del Grande Veicolo, alla quale appartiene lo Zen, la prospettiva cambia: la realtà è impermanente -e questo è inequivocabile- e non c’è un io sostanziale -e pure questo è, a guardar bene, inequivocabile-, ma poi si afferma che la realtà non è sofferenza bensì Nirvana, ovvero infinita beatitudine.

Cioè, questa stessa realtà, fatta di impermanenza e insostanzialità, è nirvana, è perfetta beatitudine. In altre parole ci troviamo davanti a un bivio. A seconda di come noi ci rapportiamo all’impermanenza e all’insostanzialità, questa stessa realtà può essere vissuta come estremamente dolorosa o come beatitudine. Quindi la scelta se vivere nel dolore o nel nirvana sta a noi.

La pratica è stare col momento presente, fare pace col momento presente e trovare il nirvana ora.

Il Buddha insegna che attraverso la pratica meditativa è possibile decongestionare la mente, e così riconoscere che quello che ci sembrava un momento infernale della nostra vita, in realtà è positivo.

Se, dunque, da un certo punto di vista, quella di San Quintino può apparire come una realtà dolorosa e infernale, da un altro punto di vista, più aperto e accettante, può apparire come un luogo di pace.

Grazie infatti al corso di meditazione, alcuni detenuti hanno trasformato il periodo di detenzione in un ritiro spirituale, o, addirittura, in un ritiro monastico, tanto da ricevere una ordinazione religiosa tra le mura del carcere. A loro detta, infatti, non c’è poi molta differenza tra la vita cenobitica, dove si trascorre il tempo in una “cella” monastica, in silenzio, seguendo la Regola, e la vita in prigione.

A un livello ancora più profondo, secondo la tradizione Mahayana, questa stessa realtà è la manifestazione della Natura di Buddha. Cioè, guardando questa realtà più in profondità, possiamo scorgerne l’essenza, che è un’ essenza luminosa, ovvero la Natura di Buddha.

Dunque, ogni volta che entro in prigione, faccio del mio meglio per riconoscere la realtà del carcere come “Terra del Buddha” e ogni singolo detenuto come manifestazione della Natura di Buddha - sia pure inconsapevole, come d’altra parte ognuno di noi.

E’ in questo stato d’animo che ho cominciato a parlare con l’Ino, il detenuto che ricopre la carica di responsabile della sala di meditazione di San Quintino: un uomo di colore gigantesco, poco più che trentenne, dallo sguardo profondo e dalla voce calma. Con grande sincerità, e senza troppi preamboli mi ha raccontato la sua storia.

Ha cominciato col dirmi che sta scontando una pena lunga, ma che si riteneva estremamente fortunato nell’aver incontrato il Dharma - l’insegnamento del Buddha - in prigione. Al di fuori dell’istituto penitenziario, avendo vissuto in un ambiente povero ed emarginato, non aveva mai sentito parlare di meditazione.

Ha poi proseguito col dirmi che grazie alla meditazione ha potuto riflettere sul perché della sue azioni criminali, e sulle conseguenze negative di tali azioni. Mi ha riferito che da piccolo era profondamente pacifico e che non avrebbe mai fatto male a una mosca. Tuttavia crescendo si è ritrovato solo e senza un orizzonte di vita: la famiglia era assente, i professori a scuola erano presi da altro e la televisione, sua unica compagna, gli dava messaggi contraddittori. In questo panorama di desolazione e perdita di valori, chi si è preso cura di lui - sebbene in maniera deviata e criminale - sono state le gang giovanili. Tali gruppi gli hanno fornito una sorta di famiglia, una presenza costante, un senso di appartenenza e soprattutto un senso di vita. Di nuovo, un senso deviato e criminale, ma pur sempre un senso. Da qui, dunque, ha cominciato a delinquere, senza avere una chiara idea di quello che stava facendo, in mancanza di altri valori e di parametri altrettanto forti.

Solo grazie all’introspezione e alla consapevolezza portata dalla meditazione, e dalla presenza e guida dei monaci che conducono la pratica a San Quintino, egli ha potuto aprire gli occhi e rivedere completamente la sua vita, tanto da prendere i voti laici in prigione e da essere oggi, a sua volta, aiuto e sostegno per altri detenuti.

Tale discorso mi ha fatto riflettere profondamente sulla nostra società, sulle nostre istituzioni e soprattutto sulla nostra corresponsabilità.

Nel suo libro Essere Pace, il maestro Zen e attivista sociale Thich Nath Hanh narra di una bambina di appena dodici anni che, in fuga dal Vietnam verso la Thailandia, venne violentata su una barca da un pirata thailandese. La bambina, per la disperazione, si annegò gettandosi in acqua. (Thich Nath Hanh, Essere pace, Ubaldini, Roma, 1989, pp.84 e ss.) Naturalmente la prima reazione che si prova di fronte a un racconto del genere è una profonda rabbia nei confronti del pirata. Ma a questo punto Thich Nath Hanh invita a guardare la questione più in profondità: la meditazione deve difatti far comprendere che, se noi fossimo nati nel villaggio del pirata, e avessimo subìto i medesimi condizionamenti, adesso anche noi saremmo pirati, e non saremmo così sicuri di doverci condannare. Ogni giorno nascono centinaia di bambini lungo le coste del Golfo del Siam, e noi, in qualità di educatori, assistenti sociali ecc. non facciamo nulla. Molti di questi fanciulli, tra trenta anni, è probabile che faranno i pirati, e noi ne saremo responsabili.

E' per questo che Thich Nath Hanh, nella sua poesia intitolata Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, sull'onda dell'emozione generata da tali riflessioni, ha scritto i seguenti vibranti versi:

(...) Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa,

le mie gambe esili come canne di bambù,

e io sono il mercante di armi che vende armi mortali all'Uganda.

Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,

che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.

E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere

e di amare.

(...) Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io

possa udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme,

cosicché io possa vedere che la mia gioia e il mio dolore

sono una cosa sola.

Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io

mi possa svegliare.

E cosicché la porta del mio cuore sia lasciata aperta,

la porta della compassione.

Lo stesso identico discorso si può fare per i detenuti. Se hanno commesso azioni violente e delittuose è perché sono cresciuti in un ambiente violento. Forse sono stati picchiati, abusati, abbandonati.

In fondo tutti noi, prima o poi, abbiamo concepito pensieri violenti. Certo, poi non abbiamo dato corso a tali pensieri, grazie all’auto controllo, all’educazione che abbiamo ricevuto, alla fede, alla fortuna. Ma c’è chi non ha avuto la fortuna di ricevere la nostra stessa educazione o di sviluppare il nostro stesso autocontrollo. E il velo che ci separa è davvero sottile.

E allo stesso modo, in quanto genitori, insegnanti, operatori sociali, ecc. cosa facciamo per prevenire che alcuni giovani trovino “senso” solo nel crimine?

Poi non basta certo volersi dimenticare di tutto ciò chiudendo i criminali in un luogo oscuro. Mi ha sempre colpito l’immagine di Regina Coeli, il carcere giudiziario di Roma, che sorge proprio a Trastevere, il quartiere del divertimento romano. Accanto ai ristoranti e ai pub dove i romani e i turisti mangiano e bevono allegramente, sorge un palazzo antico e oscuro dentro al quale ci sono rinchiusi degli esseri umani immersi nell’inferno dei viventi. Ma tutto ciò, dalle persone che si divertono nella porta accanto, non viene visto. Si tratta di un vero e proprio “scotoma sociale”. Lo scotoma, nel linguaggio medico, è un’area di cecità parziale all’interno del campo visivo. Si tratta di una sorta di macchia nera, attorno alla quale la percezione visiva resta buona. Ecco, Regina Coeli rappresenta un buco nero nella nostra visione. Quando guardiamo Trastevere non ne vediamo una parte. E questo perché è troppo scomodo o troppo doloroso vederla.

Mi vengono in mente le parole di una canzone romanesca che parla del vecchio carcere femminile adiacente a Regina Coeli, le Mantellate, che recita:

Le Mantellate son delle suore

Ma a Roma son soltanto celle scure

Una campana suona a tutte l’ore

Ma Cristo non ci sta dentro a ‘ste mura.

Torniamo ora a San Quintino. Nell’insegnamento che ho tenuto per i detenuti, ho raccontato dell’esperienza di Rebibbia, delle difficoltà iniziali incontrate nel far comprendere a un pubblico italiano il valore di una pratica orientale sconosciuta ai più, e delle differenze di vita detentiva.

I meditatori di San Quintino hanno ascoltato con profonda attenzione e al termine mi hanno riempito di domande, molte delle quali acute e complesse, dimostrando grande intelligenza e profondità d’animo.

Per esempio ho raccontato loro che per anni ho provato a presentare un corso di meditazione agli istituti penitenziari italiani, senza successo, e che sono riuscito nell’impresa solo quando ho cambiato il nome del corso  da “Meditazione Zen” a “Mindfulness”, ovvero una pratica non denominale e scientificamente testata. Allora uno dei detenuti americani, che mi aveva guardato tutto il tempo dal fondo della sala con occhi scintillanti mi ha detto: “il Buddha insegna il non- attaccamento. E’ possibile che nel tuo persistere col nome “Meditazione Zen” era al lavoro un attaccamento che non riuscivi a lasciar andare?”. Sono rimasto molto colpito dall’acutezza della domanda e mi sono inchinato profondamente a lui. Il detenuto, ergastolano, semi-analfabeta aveva appena dato una profonda lezione di Dharma al Maestro Zen che era andato lì per insegnare a loro!

L’emozione che ho provato nell’entrare a San Quintino deriva anche dal fatto che l’idea di proporre un corso di meditazione a Roma deriva non solo dal San Quentin Zen Group, ma anche da un libro straordinario di Jack London, Il vagabondo delle stelle, che ho letto da ragazzo. Tale romanzo narra la storia di Darrel Standing, un detenuto proprio nel carcere di San Quintino e condannato a morte, che rinchiuso in cella di isolamento e costretto in una camicia di forza, comincia a meditare. Al termine del racconto, poco prima di salire sul patibolo, il protagonista esprime, come ultimo desiderio, quello di essere abbracciato da una persona, quasi a voler essere visto, riconosciuto.

Il mio invito è dunque quello di non dimenticare in un buco nero i detenuti del mondo - visto che siamo in qualche modo corresponsabili - e di  abbracciarli tutti idealmente in un abbraccio di compassione.

     

 

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