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Quando un bocciolo cade

Un corso di meditazione per genitori che hanno perso i figli

di Dario Doshin Girolami

Qualche tempo fa sono stato invitato dalla Fondazione per le cure palliative Maruzza Lefebvre a condurre un corso di meditazione per la rielaborazione del lutto. Un gruppo di dodici persone - sei coppie di genitori che avevano perso i figli - stava già seguendo presso tale Fondazione una psicoterapia di gruppo, ma a un certo punto la conduttrice - la dott.ssa Angela Guarino - grazie alla sua personale esperienza meditativa, ha intuito che la pratica della meditazione avrebbe potuto aiutare ulteriormente i genitori a superare la loro sofferenza.
Il dolore derivato da una perdita è un'emozione naturale. La normale reazione al dolore può manifestarsi a livello fisico, emotivo, cognitivo o comportamentale. Tuttavia, se trattato in maniera efficace, il dolore stesso può generare forti insight, e portare a una più profonda maturazione emotiva ed esistenziale. La pratica di meditazione di consapevolezza della tradizione Buddhista si è rivelata essere uno straordinario strumento per elaborare il lutto, tanto più se associata a un'efficace psicoterapia.
L'applicazione di tale tecnica meditativa per la risoluzione del dolore derivato da un lutto, in particolar modo dalla perdita di un figlio, trae origine direttamente dalla sapienza del Buddha storico. Il Canone Buddhista riporta infatti la storia di una donna che aveva perso il proprio bambino. Distrutta dal dolore vagava per le strade portando in braccio il corpo senza vita del figlio, chiedendo una medicina per farlo resuscitare. Notata questa scena, il Buddha le disse di conoscere una medicina, ma che prima lei avrebbe dovuto raccogliere una manciata di semi di mostarda, prendendo ogni singolo seme da una famiglia che non aveva mai avuto un lutto. Cominciato il giro per le case, la donna presto realizzò la realtà della morte, e accettò, in particolare, la morte del proprio figlio.
Il Buddha ha insegnato inoltre che la contemplazione della morte è la più nobile di tutte le contemplazioni. E` come l'impronta dell'elefante: le impronte di tutti gli altri animali ci entrano dentro. Tutte le altre contemplazioni sono un sottoinsieme della contemplazione della morte.

La Prima Nobile Verità del Buddha insegna che la vita è sofferenza. La Seconda Nobile Verità insegna che l'origine di tale sofferenza è l'attaccamento. Più nello specifico il Buddha insegna che la realtà è impermanente. Tutto cambia costantemente: ciò che nasce, muore. Nulla è eterno. Poiché noi ci attacchiamo a cose e persone, e ci illudiamo che durino per sempre, quando le cose cambiano e le persone muoiono, o le relazioni finiscono, sorge la sofferenza.
La pratica della meditazione di consapevolezza si basa sul portare l'attenzione sul respiro. In tal modo si ottengono due cose fondamentali: da un lato l'osservazione del respiro calma la mente e spazza via i pensieri ossessivi e invadenti: sulla base di un profondo stato di calma concentrata diviene così possibile guardare e abbracciare il proprio dolore e, successivamente, lasciarlo andare.
Dall'altro la consapevolezza del respiro addestra all'osservazione dell'impermanenza. Il respiro - come il momento presente - dura un attimo e se ne va. Portando la consapevolezza sul respiro si ha la possibilità di realizzare che il respiro è vita e morte a ogni istante. Non è un caso che il Buddhismo Zen insegni che moriamo a ogni respiro.
D'altra parte il Buddhismo vede la morte come un processo normale, una naturale parte della vita. Nello Zen la morte è considerato un insegnamento che rivela le verità dell'impermanenza, della compassione e dell'interdipendenza.

Sulla base delle cinque fasi di reazione al lutto elaborate da Elizabeth Kubler-Ross (negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione), la tradizione Buddhista Zen ha sviluppato un insegnamento nel quale la tranquillità interiore aiuta ad accettare piuttosto che negare, la pratica della pazienza aiuta a calmare la rabbia e la negazione, lo sviluppare una panoramica più ampia, grazie alla consapevolezza, aiuta ad allontanare la depressione e il dolore, la pratica del non attaccamento aiuta nel processo di profonda accettazione e metabolizzazione del lutto.
La compassione, la pazienza, e l'essere sensibili alla condizione umana ci può aiutare a sbloccare qualcosa, ci può aiutare a tollerare la nostra avversione verso la sofferenza. Questo può condurre a una profonda accettazione di ciò che accade, Quando ci apriamo all'immensità, al mistero della vita, ciò che ci angustia si dissolve, e si entra nella potente dimensione del non-conosciuto.

Un giorno un allievo ha chiesto a Katagiri Roshi - maestro Zen giapponese, terzo abate del San Francisco Zen Center - : "Qual è la differenza tra vita e morte" ? E lui ha risposto: "Nessuna! Sono la stessa cosa. Sono le due facce della stessa medaglia. Siamo noi che le separiamo. Ma vita e morte sono due aspetti della stessa realtà" La legge di Lavoisier, secondo la quale nulla si crea e nulla si distrugge, è per noi occidentali facilmente comprensibile. Riusciamo a guardare anche alla Vita e alla Morte da questa prospettiva? Nella tradizione Zen si recita il Sutra del Cuore della Grande Perfetta Saggezza, il cui insegnamento centrale afferma che il vuoto è forma e la forma è vuoto, il vuoto non è diverso dalla forma e la forma non è diversa dal vuoto. Per comprendere questo profondo insegnamento possiamo prendere l'esempio dell'onda e dell'acqua. L'acqua non ha forma ma può prendere la forma dell'onda. Ma onda e acqua non sono separabili. Non c'è un'onda senza acqua. Sono la stessa cosa, cioè le due facce della stessa medaglia. La realtà nella quale viviamo è forma, ma - nella prospettiva Zen - è manifestazione di ciò che non ha forma, cioè dell'Assoluto. Assoluto nel senso di "sciolto da", non comprensibile, non pensabile, se non quando prende forma.
Proviamo ora a sostituire ai termini "forma e vuoto" i termini "vita e morte". Che differenza c'è tra vuoto e forma? Che differenza c'è tra vita e morte? La forma non è diversa dal vuoto, il vuoto non è diverso dalla forma. La vita non è diversa dalla morte e la morte non è diversa dalla vita.

Per mesi i partecipanti al corso sono stati esposti, una volta a settimana, a questi insegnamenti, dopo quaranta minuti di meditazione collettiva. Nelle vivacissime discussioni che hanno sempre seguito la meditazione e il discorso di Dharma, i genitori sono riusciti a mostrare senza paura la loro profonda sofferenza.
Un tema sul quale sono tornati spesso è stata l'ingiustizia: "Che mio figlio sia morto a soli otto anni è un'ingiustizia, è un errore" mi hanno detto tra le lacrime. Con grande rispetto del loro dolore, quasi in punta di piedi, ho spiegato loro che nella cultura occidentale tendiamo a rimuovere l'idea di morte. E quando proprio ci dobbiamo confrontare con essa, ci illudiamo che il momento della morte debba avvenire attorno agli ottanta - novanta anni. Dunque se la morte arriva prima la consideriamo una sfortuna o un'ingiustizia. Ma osservando consapevolmente la realtà - come ci insegna a fare la meditazione - realizziamo che la morte avviene quando avviene, e non quando ce lo aspettiamo, e realizziamo anche che in questo non c'è nulla di sbagliato. Se osserviamo la natura possiamo notare che non tutti i boccioli di una pianta diventano fiori o frutti. Sono molti i boccioli che cadono. Ma cadendo non si fanno male. E la loro traiettoria di caduta è lieve e perfetta. Lo Zen insegna che questa è "la Via delle cose".
Allo stesso modo, quando in autunno cadono le foglie, non precipitano tutte insieme il 22 settembre, all'alba dell'Equinozio. Al contrario, alcune cadono prima e alcune cadono dopo. E a quelle che cadono prima non è andata "male". E` semplicemente la Via delle cose, il modo in cui funziona questa realtà impermanente.
Poco a poco questo insegnamento si è fatto largo nel cuore dei genitori come un balsamo lenitivo. Meditazione dopo meditazione, essi hanno allargato la loro prospettiva, includendo così nella loro idea di Vita anche la morte che si manifesta a ogni istante. L'immagine del bocciolo che cade ha parlato profondamente alla loro psiche e li ha liberati da un opprimente senso di ingiustizia che non faceva altro che aggiungere dolore al già forte dolore del distacco.
Ma accanto a questo c'era anche il senso di colpa: "non ho fatto abbastanza" mi hanno detto singhiozzando, "avrei dovuto proteggere o guarire mio figlio". Ancora la pratica di consapevolezza è venuta loro in aiuto. Osservando in profondità si può notare che a pronunciare frasi del genere è l'ego, in una sorta di delirio di onnipotenza. Cosa si può fare, in realtà, davanti a un male incurabile? Cosa si può fare davanti a un cataclisma naturale? Certo non è in nostro potere cambiare le cose, ma quello che sicuramente possiamo fare è sviluppare compassione per noi stessi, per i nostri figli e per tutti gli esseri senzienti che sono immersi in un mondo che non possiamo controllare. La compassione è la cura. Forse non guarirà il corpo ma sicuramente guarirà il cuore. Mentre il senso di colpa non guarisce nessuno, anzi, paralizza e incista il dolore.
Anche questo insegnamento ha lentamente fatto breccia e il perdono e la compassione hanno preso il posto del senso di colpa nell'animo dei genitori dolenti.
In fine si è fatta avanti una potente paura: "Se apro il mio cuore alla Via delle cose, se lascio andare il senso di colpa, non è che mi dimentico di mio figlio?" mi hanno detto quasi terrorizzati.
Spesso chi comincia a fare meditazione non comprende bene l'insegnamento del dimorare nel momento presente e ritiene erroneamente che voglia dire perdere la memoria. Ora il problema non è avere ricordi. La memoria è una funzione straordinaria e quanto mai necessaria per vivere. Il problema sta invece nell'essere invasi da ricordi e proiezioni in maniera involontaria, e così staccarsi dalla realtà del momento presente. E a quel punto si vive come dei fantasmi persi melanconicamente in un passato nebuloso.
Il momento presente è l'unica dimensione reale. Il passato è passato. Il futuro deve ancora essere. L'unica dimensione che esiste realmente è il momento presente.
Il realizzare ciò ha letteralmente decongestionato la mente dei genitori che sono così riusciti ad aprirsi alla realtà del momento presente senza per questo dimenticare i figli non più presenti.
Ascoltando profondamente questi insegnamenti, portandoli nelle loro esistenze, nel corso di un anno, i genitori piano piano si sono riaperti alla vita. Alcuni hanno anche deciso di avere un altro figlio - evidente segno del superamento del trauma -, mentre altri hanno semplicemente ricominciato a sorridere e a vedere il loro amato figlio in ogni bocciolo.
     

 

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