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Riccardo Venturini
Ri-legature buddhiste

Edizioni Universitarie Romane, Roma

Recensione

Fin dalle origini, il Buddhismo ha avuto una struttura elastica, capace di entrare in dialogo e di accogliere le diverse culture che è andato incontrando nel corso della sua diffusione. Si sono sviluppati così un Buddhismo Tibetano, un Buddhismo Cinese, un Buddhismo Giapponese, e via di seguito.

Da più di un secolo il Buddhismo è presente in Occidente, e da tempi più recenti, anche nel nostro paese. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, si tratta ancora di una religione d'importazione e non di un Buddhismo occidentale. Il lavoro di inculturazione avvenuto nei paesi asiatici è appena all'inizio. Pertanto, l'esigenza di una seria riflessione sulla possibilità di costruire una via occidentale al Buddhismo è sempre più crescente. La presente Opera costituisce una significativa risposta a tale esigenza religiosa e culturale.

Il testo mette subito bene in chiaro che così come in Cina il Buddhismo ha assorbito elementi delle tradizioni Taoista e Confuciana, allo stesso modo, nella sua diffusione in Occidente, il Buddhismo non potrà realizzarsi senza fare i conti con il Cristianesimo, con la scienza, con la filosofia e con la psicologia.

Per dare un contributo alla "occidentalizzazione" del Buddhismo e offrire una riflessione rispettosa e lucida, l'Autore si pone in una posizione "di soglia". La soglia rappresenta un'immagine molto suggestiva: è un luogo liminale, è un luogo sospeso; non è né dentro né fuori, ed è allo stesso tempo sia entrata sia uscita. Quella della soglia è dunque una locazione potente, centrale, essenziale. Come il Qui e Ora - fondamentale nella pratica buddhista - la soglia è il punto di equilibrio, il luogo dal quale ci si muove avanti o indietro, il punto di origine e fine. La soglia è ciò che separa il conoscibile dall'inconoscibile.

L'Opera, scritta in un italiano colto, ha un'impostazione accademica, ed è permeata dal rigore della ricerca scientifica. Tuttavia, anche se si pone "sulla soglia", non manca di calore e di partecipazione. Dalle pagine, infatti, traspare il profondo amore dell'Autore per la materia e la profonda saggezza maturata grazie alla pratica meditativa portata avanti in prima persona.

Un contributo significativo del testo è anche quello di presentare al pubblico italiano il Buddhismo Tiantai/Tendai, una tradizione cino-giapponese della quale - fino a oggi - si è parlato poco nel nostro paese. L'Opera, infatti, oltre ai riferimenti generali al Buddhismo, fa precisi riferimenti al Tientai, costellando il testo di brillanti citazioni di Chih-i, fondatore della scuola.

Di estremo interesse è l'Epitome, il primo capitolo dell'Opera, che più di un compendio è un vero e proprio saggio - ricco di citazioni dotte - nel quale l'Autore esprime la sua filosofia che mira e Ri-legare Buddhismo e cultura occidentale.

Mirabile è il modo in cui viene trattato il problema del soggetto e della coscienza. Molti occidentali hanno infatti grandi difficoltà a comprendere l'insegnamento buddhista dell'anatta, o non-io, spesso interpretato come dissoluzione del soggetto. Partendo dal punto di vista del Buddhismo Mahayana, secondo il quale il samsara non è diverso dal nirvana, ne deriva che la realtà impermanente è equivalente alla realtà Assoluta. In questo modo la valorizzazione della realtà fenomenica (non c'è nulla che non sia la Realtà Ultima - sostiene il Tendai) non potrà escludere la soggettività, essendone proprio l'espressione più elevata e il luogo dove si realizza la consapevolezza, ovvero la pratica centrale del Buddhismo. Si ha quindi un passaggio dalla "decapitazione" o "riduzione" del soggetto alla "intensificazione" del soggetto. Poiché l'uomo è parte della realtà, è ambiguo e duale come la realtà stessa, ma proprio perché ne è parte può assumere la responsabilità di portare alla luce, nel finito, l'infinito.

Figura centrale del Buddhismo Mahayana è il bodhisattva, che vota se stesso al bene degli altri. Ora, di fronte alla separazione tra finito e infinito, tra vita universale e realtà singola, e al dolore umiliante che ne deriva, l'azione compassionevole ed etica del bodhisattva opera una sorta di riscatto che, in qualche modo, restituisce dignità a coloro che hanno subito i soprusi dolorosi della vita. In altri termini il bodhisattva si rende non-complice del dolore esistenziale manifestando compassione nei confronti di tutti gli esseri sofferenti.

Uno dei temi centrali dell'Epitome sta nel coniugare sapientemente la saggezza che si sviluppa a partire dalla tragedia greca - fondamento della nostra cultura - con la sapienza buddhista.

In questi termini, consapevole della ineliminabilità del dolore, assieme alla compassione, il bodhisattva sviluppa la conoscenza, riduce l'avversione che aggiunge sofferenza a sofferenza e utilizza il patimento per costruire una "saggezza tragica". Tale saggezza assume le contraddizioni insuperabili dell'esistenza e, come l'eroe greco, fa della "bella morte" lo strumento dell'immortalità nella memoria del canto epico. Come il Sisifo felice di Camus che vive la propria eterna condanna con gioia, rendendo leggero il suo fardello, il bodhisattva "non soffre di soffrire". In quest'ottica diviene possibile "vivere la morte" con dignità, da un lato rifiutando di essere complici della sofferenza del mondo, dall'altro non cercando consolazione in false promesse redentive. Si diviene così "martiri attivi" capaci di accompagnare la propria sofferenza con la consapevolezza.

La meditazione buddhista, ovvero la pratica della consapevolezza, viene intesa dunque non come una decostruzione e un annullamento ma come un'apertura saggia al mistero del mondo. Un'intensificazione per costruire un sé espanso, interelato e interconnesso, che vive una vita aperta dove ogni fenomeno, in quanto non diverso dal nirvana, è ierofania, manifestazione del sacro.

Il bodhisattva, che diviene l'equivalente in termini occidentali dell'homo religiosus, o Uomo totale, sviluppa dunque un discernimento capace di fare di ogni storia, anche la più meschina e dolorosa, l'epifania di una più ampia e misteriosa vicenda cosmica.

All'Epitome segue un ampio capitolo sulla dottrina e la storia del Buddhismo. Oltre alla chiara e incisiva esposizione dei temi principali, si nota un'interessante insistenza sull'importanza del corpo, che non viene associato alla vile materia ma considerato principale mezzo di pratica spirituale, capace di riunire in sé la dicotomia vita-mondo e di manifestare la sacralità stessa della vita. Notevole è anche la trattazione del tema del dialogo interreligioso. Se l'Assoluto è, per definizione, inesprimibile, ogni religione è in qualche modo incompleta, esprime soltanto una verità parziale. Quindi diviene prioritario il dialogo interreligioso col quale aiutarsi vicendevolmente a comprendere la "Realtà ultima, inconoscibile ma non estranea".

Altrettanto importante è la trattazione della bioetica, collegata sapientemente con i temi del rispetto della soggettività e della pratica dell'etica bodhisattvica, ampiamente trattati nell'Epitome.

Al capitolo sul Buddhismo in Giappone e in Mongolia, segue un capitolo dedicato ai rapporti tra psicologia e Buddhismo. Già professore ordinario di Psicofisiologia clinica, l'Autore rappresenta una vera e propria autorità in questo campo quanto mai fecondo. Subito mette in chiaro che, sebbene ci siano delle sovrapposizioni, c'è una sostanziale differenza tra la psicologia e il Buddhismo, poiché diverso è l'obiettivo. Il Buddhismo infatti mira al miglioramento di tutti gli esseri e non soltanto dell'individuo, e lo fa fornendo una via pratica. Di qui il capitolo prosegue con interessanti spunti di ricerca in un campo dove gli scambi tra le due discipline diverranno sempre più numerosi e produttivi.

L'opera si conclude con due capitoli dedicati a interviste, lezioni, seminari, recensioni e note dal Blog che l'Autore stesso cura.

Nella tradizione buddhista tibetana è diffuso il dibattito filosofico. I monaci si sfidano su temi dottrinali e ogni teoria viene sottoposta a un vaglio critico. Allo stesso modo l'Autore, pur amando profondamente la tradizione buddhista, la sottopone a un valido esame critico alla luce della saggezza occidentale, senza mai scadere nell'etnocentrismo o nella facile fascinazione orientale. In tal modo presenta un'Opera che fa chiarezza e che contribuisce in maniera significativa alla crescita di un Buddhismo occidentale ed europeo.

Dario Girolami

 

 

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